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STRETTAMENTE PERSONALE E RISERVATO

POLITICHE 2027

Mi candido per un semplice motivo: il tradimento delle maglie di appartenenza.
Il tradimento della promessa della parola della fiducia della condivisione di valori e principi comuni.

IL PAESE CAPOVOLTO

Dall’Io al Noi — Dall’origine al futuro

Il Paese e i cittadini li vedo a testa in giù.

O meglio:

salvo rarissime eccezioni,

Paese “capovolto” e cittadini “capovolti”.

E sinceramente mi domando il perché.

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Non è una questione anagrafica.

Non è questione di un presunto quoziente d’intelligenza naturale.

Non sono un misuratore dell’intelligenza altrui.

Penso che la ragione sia altra.

Tocca il modo di vivere.

Tocca la spiritualità del vivere.

Tocca la capacità di riconoscersi.

Tocca ciò che siamo prima ancora di ciò che rappresentiamo.

Tocca la mia essenza.

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Ho i tre sacramenti.

Tifo da sempre il Cagliari.

Sono elementi della mia storia.

Radici.

Non titoli.

Non privilegi.

Non strumenti attraverso i quali misurare gli altri.

E proprio partendo dalle mie radici continuo a vedere qualcosa di capovolto.

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Due parole:

Necessità.

Urgenza.

Problemi diversi.

Soluzioni diverse.

Caso per caso.

Dal generale al particolare.

Dal particolare al generale.

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Sono semplicemente:

S.

COSA PROPONGO

Un uomo e una donna.

Non perché il genere determini il valore.

Non perché essere uomo o donna attribuisca automaticamente capacità, merito o funzione.

Ma perché, nella mia costruzione, la differenza non significa necessariamente contrapposizione.

Può significare complementarità.

Può significare equilibrio.

Può significare incontro fra sensibilità differenti all’interno di un progetto comune.

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Una figura apicale.

Una donna.

Un uomo.

Responsabilità differenti.

Una casa comune:

le istituzioni della Repubblica.

Non intendo anticipare né sostituire le procedure attraverso le quali l’ordinamento attribuisce le diverse funzioni istituzionali.

Una proposta politica incontra necessariamente la Costituzione, le leggi, le prerogative degli organi costituzionali, le procedure democratiche e il libero giudizio dei cittadini.

Prima viene la proposta.

Poi vengono le regole attraverso le quali quella proposta può, oppure non può, diventare realtà.

È precisamente il limite che distingue una visione politica dal possesso delle istituzioni.

DESTINATARI

A chi crede in qualcosa.

Perché bisogna pur credere in qualcosa.

Non necessariamente nella stessa cosa.

Non necessariamente in ciò in cui credo io.

Perché libertà significa anche poter arrivare a conclusioni differenti senza trasformare automaticamente la differenza in inimicizia.

IN PREMESSA

Potrei qui stendere pianificazione e programmazione progettuale per il Paese.

Dal generale al particolare.

Dal particolare al generale.

Preferisco che la capacità di farlo non venga proclamata.

Dovrà essere dimostrata.

Attraverso:

analisi.

metodo.

progetto.

attuazione.

risultati.

controllo.

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Ritengo inoltre conforme a correttezza che un progetto destinato a una comunità non sia soltanto l’opera di chi materialmente lo scrive.

Deve essere anche frutto di:

condivisione.

ascolto.

confronto.

dialettica interna ed esterna.

Quella degli altri.

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Io prediligo ascolto.

Silenzio.

Mediazione orientata alla conciliazione.

Senza escludere, quando necessario e nei limiti delle responsabilità attribuite, il legittimo esercizio del potere decisionale.

Perché mediazione non significa rinuncia alla decisione.

E decisione non significa arbitrio.

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Vi rimando alla bozza:

“Dall’analisi al progetto”.

Alla bozza:

“Il Noi e la rottura dell’appartenenza”.

E a:

“Semplicemente: Verità”.

Letture non obbligate.

Come non sono obbligate le mie personalissime opere, dalla mia nascita ad oggi e quelle future.

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Premetto.

Non è soltanto questione finanziaria, economica e monetaria.

Non è soltanto questione culturale.

Non è soltanto questione antropologica o geografica.

Non è irrazionalità da ricondurre obbligatoriamente a una predefinita razionalità altrui.

È qualcosa che attraversa contemporaneamente:

persona.

comunità.

diritto.

istituzioni.

lavoro.

territorio.

cultura.

responsabilità.

identità.

futuro.

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È opera rispettosa di libertà e socialità.

E considero la democrazia non soltanto una costruzione formale, ma una responsabilità sostanziale.

Le istituzioni, le procedure, le garanzie, il pluralismo, il controllo del potere e il rispetto della persona devono convivere.

Perché nessuna parola, da sola, può sostituire il comportamento degli esseri umani.

Il rispetto non richiede necessariamente ammirazione.

Richiede riconoscimento.

Nella diversità.

Nella differenza.

Nella libera adesione, oppure nella libera non adesione, a un progetto comune.

IL METODO NON È UNA GABBIA

Se volete, declinatelo metodologicamente come volete e desiderate.

Ma non escludete:

induzione e deduzione.

Dal particolare al generale.

Dal generale al particolare.

In qualsivoglia settore.

Ma neppure questo è vincolante.

Perché il metodo deve servire alla comprensione della realtà.

Non la realtà al metodo.

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E quindi anticipo le domande:

“Che cosa vuole fare?”

“Qual è il metodo?”

“Quali strumenti?”

“Quali soluzioni?”

Sono domande legittime.

Ma questo testo viene prima.

Il progetto arriverà al momento opportuno.

E dovrà essere verificabile.

Non soltanto raccontabile.

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Come una pietanza.

Una pietanza capace di sapere contemporaneamente di:

genuina tradizione e innovazione.

Ed è precisamente da questa immagine che voglio partire.

DARE NUOVAMENTE SAPORE AL PAESE

Vorrei fare anche questo:

dare nuovamente sapore a un Paese che, a mio modo di vedere, ha progressivamente perso parte del proprio originario sapore.

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E quando parlo di sapore non parlo di nostalgia.

Non propongo di tornare indietro.

Non voglio imbalsamare ciò che siamo stati.

La storia non procede all’indietro.

E io non intendo farla retrocedere.

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Parlo delle radici senza trasformarle in catene.

Della memoria senza farne immobilismo.

Della tradizione senza farne conservazione dell’errore.

Dell’identità senza trasformarla in esclusione.

Dell’innovazione senza farne cancellazione di ciò che eravamo.

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Perché innovare non significa necessariamente sostituire.

Innovare può significare qualcosa di molto più difficile:

comprendere ciò che merita di essere conservato.

Correggere ciò che non funziona più.

Costruire ciò che ancora non esiste.

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Terra e tecnologia.

Lavoro e conoscenza.

Comunità e libertà individuale.

Territorio e dimensione nazionale.

Nazione ed Europa.

Identità e apertura.

Tradizione e futuro.

Non necessariamente antagonismi.

Ancora una volta:

differenze che non hanno bisogno di essere trasformate artificialmente in contrapposizioni.

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Un Paese perde il proprio sapore quando smette di riconoscere ciò che possiede.

Quando confonde modernizzazione con omologazione.

Quando dimentica i territori.

Quando il lavoro perde dignità.

Quando la competenza viene sostituita dall’appartenenza.

Quando il patrimonio viene soltanto celebrato e non trasmesso.

Quando la tradizione diventa rappresentazione teatrale di se stessa.

Quando l’innovazione diventa imitazione.

Quando i giovani devono cercare altrove non ciò che liberamente desiderano, ma ciò che non riescono più a trovare a casa.

Quando l’innovazione arriva senza memoria.

E quando la memoria pretende di sopravvivere senza innovazione.

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Io non voglio imbalsamare l’Italia che è stata.

E non voglio costruire un’Italia che debba vergognarsi di essere ciò che è.

Voglio che sappia:

riconoscersi.

Prendere ciò che viene dalle proprie radici.

Sottoporlo alla realtà presente.

Correggerlo dove necessario.

Innovarlo.

E consegnarlo a chi verrà dopo in condizioni migliori di quelle nelle quali lo abbiamo ricevuto.

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Questo significa, per me:

dare sapore.

Non imporre il mio gusto al Paese.

Non decidere quale debba essere il gusto degli altri.

Ma creare le condizioni affinché un Paese possa nuovamente esprimere la pluralità dei propri sapori senza perdere la capacità di riconoscere la propria origine.

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Perché una Nazione non è una pietanza preparata da un uomo solo.

È il risultato di:

generazioni.

territori.

differenze.

lavoro.

cultura.

errori.

conquiste.

sofferenze.

capacità.

memoria.

trasformazione.

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Ed ecco una prima matrice:

Origine → Identità → Memoria → Tradizione → Conoscenza → Innovazione → Progetto → Futuro.

E ritorno:

Futuro → Progetto → Innovazione → Conoscenza → Tradizione → Memoria → Identità → Origine.

Non per tornare indietro.

Per sapere da dove ripartire.

PRIMA DELLA POLITICA: LE ORIGINI

E proprio perché parlo di origine, voglio andare ancora più indietro.

Prima del Governo.

Prima del Parlamento.

Prima dello Stato contemporaneo.

Prima delle costituzioni contemporanee.

Prima delle dichiarazioni moderne dei diritti.

Prima della norma scritta.

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Perché non posso parlare seriamente delle istituzioni senza domandarmi:

da dove vengono le istituzioni?

E prima ancora:

da dove viene il diritto?

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Prima della norma c’è l’essere umano.

C’è la relazione.

C’è la comunità.

C’è la necessità di convivere.

C’è cooperazione.

C’è conflitto.

C’è riconoscimento dell’altro.

C’è il bisogno di stabilire ciò che si può fare e ciò che non si può fare.

C’è il limite.

C’è la responsabilità.

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Poi arriva la regola.

Poi la norma.

Poi l’ordinamento.

Poi l’istituzione.

Poi il potere.

E quando arriva il potere nasce immediatamente un’altra necessità:

il suo limite.

NATURA, NORMA E DIRITTO

La storia della filosofia e della teoria del diritto ha elaborato, attraverso scuole e impostazioni differenti, il rapporto fra ciò che precede la norma positiva e ciò che acquista validità all’interno di un ordinamento.

Giusnaturalismo.

Giuspositivismo.

Non ne nego le differenze.

Non pretendo di esaurirne qui la complessità.

Le assumo come coordinate di una mia riflessione.

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Non ho bisogno di trasformare la distinzione in antagonismo assoluto.

Non devo scegliere artificialmente:

o natura o norma.

Posso distinguere senza confondere.

E posso mettere in relazione senza rendere identico ciò che identico non è.

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La domanda che pongo viene prima:

per chi esiste il diritto?

Per la persona e per la comunità degli esseri umani.

Questo non significa che ogni convinzione personale diventi automaticamente diritto.

Sarebbe arbitrio.

E non significa negare il diritto positivo.

Sarebbe negare l’ordinamento attraverso il quale una comunità disciplina concretamente la propria convivenza.

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Ciò che ciascuno proclama “naturale” non può, per il solo fatto di essere proclamato, imporsi agli altri come diritto.

Ma anche l’esistenza formale di una norma non esaurisce necessariamente la domanda sulla sua giustizia.

“Questa norma esiste.”

“Questa norma è giusta.”

Sono domande differenti.

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Io non scelgo la guerra terminologica.

Cerco la relazione.

Ancora una volta:

non confusione.

Relazione.

LA MATRICE ORIGINARIA

La persona esiste.

La persona entra in relazione.

La relazione genera comunità.

La comunità incontra cooperazione e conflitto.

Emergono principi.

Nascono regole.

Le regole vengono formalizzate.

Nasce la norma.

Le norme formano ordinamenti.

Gli ordinamenti costruiscono istituzioni.

Le istituzioni ricevono poteri.

I poteri incontrano limiti.

I limiti richiedono controlli.

E i controlli devono infine ritornare alla ragione originaria dell’intera costruzione:

la persona.

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Questa è la mia matrice:

Persona → Relazione → Comunità → Principio → Regola → Norma → Ordinamento → Istituzione → Potere → Limite → Responsabilità → Controllo.

E ritorno:

Controllo → Responsabilità → Limite → Potere → Istituzione → Ordinamento → Norma → Regola → Principio → Comunità → Relazione → Persona.

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Dal particolare al generale.

Dal generale al particolare.

Induzione.

Deduzione.

Analisi.

Tesi.

Antitesi.

Sintesi.

E nuovamente:

realtà.

PRIMA DELLE DICHIARAZIONI

Le grandi dichiarazioni dei diritti hanno rappresentato passaggi fondamentali nella progressiva formalizzazione e protezione della dignità umana.

Ma l’essere umano precede il documento che ne riconosce i diritti.

La dignità non nasce semplicemente perché viene scritta.

La sua formalizzazione giuridica, invece, è essenziale affinché il principio possa trasformarsi in tutela, garanzia e responsabilità.

Ed è precisamente una parola che mi interessa:

riconoscimento.

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Prima delle contemporanee dichiarazioni universali:

costituzioni.

dichiarazioni.

carte.

statuti.

consuetudini.

limitazioni del potere.

esperienze costituzionali.

pensiero moderno.

pensiero medievale.

tradizioni religiose e laiche.

diritto comune.

diritto romano.

filosofie dell’antichità.

E, senza pretendere di attribuire l’origine a una singola civiltà:

esseri umani che cercano regole per vivere insieme.

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Non voglio attribuire a un solo autore ciò che appartiene a una stratificazione millenaria.

Le bibliografie sono strumenti.

Non proprietarie della verità.

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Documenti, ordinamenti ed epoche differenti non possono essere sovrapposti come se fossero equivalenti.

Possono però essere osservati all’interno di una storia immensamente più ampia:

la relazione fra persona, autorità, diritto e limite del potere.

Principio.

Riconoscimento.

Positivizzazione.

Garanzia.

Controllo.

Ancora una volta:

relazione.

IL SISTEMA DELLE FONTI

Poi arriva il diritto positivo.

E qui la mia riflessione deve incontrare il rigore dell’ordinamento.

Non basta più dire:

“è giusto”.

Bisogna domandarsi:

chi può produrre quella norma?

Con quale competenza?

Attraverso quale procedimento?

Con quale forza?

Entro quali limiti?

Quali rapporti esistono fra le differenti fonti?

Chi controlla?

Chi giudica?

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Io posso avere una convinzione fortissima.

Ma la mia convinzione non diventa, per ciò solo, una fonte del diritto.

Ed è proprio questa distinzione che protegge anche me dall’arbitrio degli altri.

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Nell’ordinamento italiano la Costituzione costituisce il riferimento fondamentale.

La sovranità appartiene al popolo, ma il suo esercizio incontra forme e limiti costituzionali.

Forme.

E limiti.

Persino il potere democraticamente legittimato non coincide con l’assenza di limite.

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La Repubblica riconosce e garantisce diritti inviolabili e, contemporaneamente, richiede l’adempimento di doveri inderogabili di solidarietà.

Diritti.

Doveri.

La persona non è soltanto destinataria di pretese nei confronti della comunità.

È anche parte responsabile della comunità.

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Costituzione.

Leggi costituzionali.

Leggi.

Atti aventi forza di legge.

Fonti regionali e territoriali nell’ambito delle rispettive competenze.

Regolamenti.

Consuetudini nei limiti riconosciuti.

Diritto dell’Unione europea.

Diritto internazionale.

Obblighi derivanti dai rapporti fra ordinamenti.

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Ma non riduco tutto a una piramide disegnata su una pagina.

Occorre ragionare attraverso:

gerarchia.

competenza.

successione nel tempo.

specialità.

interpretazione.

applicazione.

controllo.

rapporti fra ordinamenti.

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Ancora:

caso per caso.

La fonte non è soltanto una posizione grafica.

È produzione di effetti giuridici all’interno di un sistema.

E il sistema torna alla ragione per cui esiste:

la persona nella comunità.

DALLE ORIGINI ALLE ISTITUZIONI

Adesso posso arrivare alle istituzioni.

Non parto dal palazzo.

Parto dalle fondamenta.

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La Presidenza del Consiglio non è una corona.

Il Parlamento non è un palcoscenico.

Il Senato non è proprietà di chi vi entra.

La Camera non appartiene a chi temporaneamente la rappresenta.

Sono istituzioni della Repubblica.

Le persone passano.

Le istituzioni restano.

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Le differenti funzioni vengono attribuite secondo le regole proprie dell’ordinamento.

La politica può indicare una direzione.

Può proporre persone.

Può costruire maggioranze.

Può assumere pubblicamente impegni.

Non può appropriarsi preventivamente delle prerogative costituzionali altrui.

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Chi rappresenta non possiede la rappresentanza.

La riceve temporaneamente secondo le forme previste dall’ordinamento.

E deve risponderne.

Chi esercita una funzione pubblica deve ricordare che la funzione non coincide con la persona.

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Perché il potere che dimentica il proprio limite diventa privilegio.

La rappresentanza che dimentica chi rappresenta diventa distanza.

La politica che dimentica la verità diventa rappresentazione.

Ed è precisamente questo che rifiuto:

la politica di riflesso.

IL NOI E LA ROTTURA DELL’APPARTENENZA

Non mi interessano i colori di appartenenza quando diventano gabbie.

Non voglio sconsacrare l’Io di ciascuno.

Ritengo sia arrivato il tempo del:

Noi.

Ma non un Noi che distrugga l’Io.

Un Noi composto da persone capaci di riconoscersi.

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Figuratevi.

Sono un semplice storico tifoso del Cagliari.

E lo spirito di squadra è ciò in cui credo fortemente.

Il rispetto dei ruoli.

Il rispetto delle funzioni.

Il rispetto degli altri.

Il rispetto di noi stessi.

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Una squadra non funziona quando tutti pretendono di essere la stessa persona.

Funziona quando differenze reali riescono a concorrere a un obiettivo comune.

E soprattutto quando nessuno confonde la propria funzione con il possesso della squadra.

LA MIA PROPOSTA

Ho in mente una persona che ritengo possa essere proposta politicamente per la responsabilità della Presidenza del Consiglio.

È una proposta.

Non un’investitura.

La sua eventuale traduzione istituzionale non dipenderebbe dalla mia volontà personale, ma dalle regole costituzionali, dal risultato elettorale, dalle dinamiche parlamentari e dall’esercizio delle prerogative attribuite agli organi della Repubblica.

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Quanto a me, immagino il mio eventuale contributo nella funzione parlamentare.

Anche questa non è un’autoproclamazione.

È una disponibilità politica da sottoporre:

alle regole.

alle candidature.

agli elettori.

alla realtà.

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Presidenza del Consiglio.

Senato della Repubblica.

Camera dei deputati.

Funzioni differenti.

Procedure differenti.

Responsabilità differenti.

Un principio comune:

nessuno possiede l’istituzione che temporaneamente serve o rappresenta.

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Nella mia visione politica immagino:

una figura chiamata alla guida del Governo.

Una donna.

Un uomo.

Persone chiamate, eventualmente e secondo le regole dell’ordinamento, a responsabilità istituzionali differenti.

Non un triumvirato.

Non tre proprietari delle istituzioni.

Non un potere preventivamente distribuito da me.

Una proposta di equilibrio politico e istituzionale che potrà esistere soltanto se compatibile con le regole della Repubblica e sostenuta dalle libere determinazioni degli organi competenti.

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I nomi saranno scritti come tutti.

Quando sarà il momento dei nomi.

Prima:

principi.

criteri.

competenze.

progetto.

responsabilità.

⸻

Non persone sopra gli altri.

Persone eventualmente chiamate a una responsabilità maggiore proprio perché devono restare consapevoli di essere:

semplicemente persone.

MERITO

C’è una questione antica.

La possibilità che appartenenze, relazioni, convenienze o rendite di posizione impediscano il riconoscimento delle capacità.

La possibilità che si tarpino le ali ai meritevoli.

Io non voglio sostituire un privilegio con un altro privilegio.

Voglio rompere il meccanismo.

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Il principio rimane:

nessuno deve conoscere qualcuno per diventare qualcuno.

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Pari opportunità non significa identità dei risultati.

Non significa negazione della differenza.

Significa rendere concreta la possibilità di sviluppare la persona e rimuovere, per quanto possibile, gli ostacoli che impediscono l’effettivo esercizio della libertà.

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Per me significa possibilità concreta di:

studiare.

lavorare.

intraprendere.

creare.

sbagliare.

ricominciare.

emergere.

servire le istituzioni.

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Poi devono parlare:

capacità.

impegno.

responsabilità.

comportamento.

risultati.

⸻

Non sarò io a stabilire il valore umano delle persone.

Il valore umano non è una graduatoria.

Altra cosa è verificare l’adeguatezza a una funzione.

E quella verifica deve poter valere per tutti.

Me compreso.

DALLA STORIA ALL’ESSERE UMANO

E poi c’è qualcosa che si intreccia.

Qualcosa che caratterizza la vita dell’essere umano attraverso epoche, linguaggi e sensibilità differenti.

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Classicismo.

Illuminismo.

Preromanticismo.

Romanticismo.

Non li considero quattro scatole nelle quali rinchiudere la storia.

Non pretendo neppure di ridurre attraverso queste coordinate la complessità delle rispettive epoche culturali.

Le assumo come punti di una riflessione personale.

Misura.

Ordine.

Ragione.

Natura.

Sentimento.

Individualità.

Libertà.

Dovere.

Interiorità.

Inquietudine.

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Dimensioni che la storia del pensiero ha distinto, intrecciato e talvolta contrapposto.

Io torno ancora una volta alla mia impostazione:

non ho bisogno di trasformare ogni differenza in antagonismo.

Come non vi è fra una visione sociale e una liberale.

  • socialista
  • liberale
  • nazionale esportabile in qualsivoglia contesto dal rurale all’internazionale
    Non sono mio padre, ma sono nato e cresciuto in un onesta famiglia socialista che ha sempre creduto nell’eguaglianza nelle pari opportunità e non in una uguaglianza senza distinzione tra meritevoli e non meritevoli.
    Tra persone perbene e non.

Socialista al di sopra di una visione di destra sinistra o centro.

Soprattutto esemplare e onestà con spirito repubblicano.

Il riformismo o radicalismo ?
Il populismo di destra centro o sinistra?
Il moralismo, l’intellettualismo da “animus educandi” ed eticismo?

Non mi appartiene.

Altro e’ a mio nome e’ appartiene a una dimensione non rappresentabile in natura.

E va secretata dai portatori di intelligenza naturale.

Per il resto c’è :

  • il non rappresentabile in natura
  • segretissimo
  • segreto
  • riservatissimo
  • riservato
  • liberamente accessibile

E poi ci sono i limiti al diritto di accesso: vanno rispettati.

Diritti indisponibili e inviolabili
Diritti soggettivi e oggettivi
Diritti individuali e collettivi
L’io e il noi
La squadra.

La ragione non deve necessariamente distruggere il sentimento.

Il sentimento non deve negare la ragione.

La regola non deve cancellare la libertà.

La libertà non può pretendere di esistere senza responsabilità.

La tradizione non deve impedire l’innovazione.

L’innovazione non deve recidere la memoria.

⸻

Ed è forse proprio qui che incontro me stesso.

In fondo sono soltanto un figlio:

“romantico”.

Non nel significato banalizzato della parola.

Romantico nella centralità dell’interiorità.

Nella profondità attribuita alle relazioni.

Nella memoria.

Nel legame con le origini.

Nella percezione della natura.

Nella necessità di non separare completamente ragione e sentimento.

Nella convinzione che esista una dimensione dell’essere umano che nessuna statistica, nessun titolo e nessuna rappresentazione esterna possano esaurire.

⸻

Ma sono un figlio “romantico” cresciuto attraverso una:

severissima educazione al dovere.

Dovere.

Responsabilità.

Rispetto.

Educazione.

Controllo.

Sacrificio.

Prima ciò che deve essere fatto.

Poi, eventualmente, ciò che si desidera.

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Ed è precisamente qui che individuo una delle contraddizioni della mia formazione:

una severissima educazione all’adempimento dei doveri, ma non altrettanto all’esercizio dei diritti.

Non rinnego quella formazione.

Sarebbe rinnegare una parte di me.

La sottopongo alla stessa operazione alla quale sottopongo tutto:

analisi.

valutazione.

correzione.

evoluzione.

⸻

Educare al dovere è fondamentale.

Ma educare soltanto al dovere rischia di formare persone capaci di rispondere a ogni obbligo e meno capaci di riconoscere quando possano legittimamente dire:

questo è anche un mio diritto.

⸻

La mia sintesi diventa quindi:

massima responsabilità nell’adempimento del dovere.

Pieno e rispettoso esercizio del diritto.

Né diritto senza responsabilità.

Né dovere utilizzato come strumento per comprimere il diritto.

LE MIE ORIGINI

Il mio percorso di vita è stato caratterizzato anche da ciò che ho vissuto e percepito come discriminazioni legate alla mia origine familiare.

Lo dico parlando esclusivamente per me.

Non attribuisco automaticamente intenzioni che non posso dimostrare.

Distinguo ciò che ho vissuto da ciò che posso oggettivamente provare.

Ma non cancello il vissuto soltanto perché qualcun altro potrebbe interpretarlo diversamente.

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Vengo anche da un sistema educativo e formativo che considero, nella mia esperienza:

esemplare.

Non universale.

Non obbligatorio.

Non da imporre.

Eventualmente:

esportabile.

Proponibile.

Osservabile.

Confrontabile.

Migliorabile.

Mai vincolante.

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Perché persino ciò che considero eccellente non deve diventare la misura obbligatoria dell’esistenza altrui.

Qui ritorna:

la libertà.

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Ma rifiuto anche la pretesa opposta:

che un percorso umano possa essere interamente misurato attraverso metriche incapaci di coglierne origine, evoluzione, complessità e individualità.

Una metrica può misurare ciò per cui è stata costruita.

Non necessariamente tutto ciò che una persona è.

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Un titolo misura qualcosa.

Un esame misura qualcosa.

Un concorso misura qualcosa.

Un risultato professionale misura qualcosa.

Un voto misura qualcosa.

Una statistica misura qualcosa.

Una funzione misura qualcosa.

Nessuno di questi strumenti, isolatamente, misura l’interezza di un essere umano.

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Ciò che dalla mia nascita appartiene alla mia interiorità, alla mia natura, alla mia storia e alla mia evoluzione non può essere integralmente ridotto a una metrica costruita dall’esterno.

Potete valutarne le manifestazioni.

Potete giudicare le mie azioni.

Potete contestare le mie parole.

Potete verificare i miei risultati.

E se eserciterò una funzione pubblica non soltanto potrete farlo:

dovrete poterlo fare.

Senza chiedermi permesso.

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Ma una cosa è giudicare ciò che faccio.

Altra cosa è pretendere di possedere la misura definitiva di:

ciò che sono.

DALLA VALUTAZIONE AL GIUDIZIO

Valutare significa:

osservare.

Raccogliere elementi.

Confrontare.

Misurare ciò che è misurabile.

Riconoscere ciò che ancora non si conosce.

Ammettere il margine di errore.

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Giudicare significa compiere un passo ulteriore.

Arrivare a una conclusione.

Ed è precisamente per questo che il giudizio richiede maggiore responsabilità della valutazione.

Perché una valutazione incompleta può essere corretta.

Un giudizio formulato come assoluto senza possederne gli strumenti rischia invece di diventare:

pregiudizio.

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La mia è:

passaggio dalla valutazione al giudizio.

Ma prima su me stesso.

Sulle mie azioni.

Sul mio percorso.

Sulla distanza fra ciò che dico e ciò che faccio.

E poi sulle realtà sulle quali ritengo di possedere elementi sufficienti per formulare un giudizio.

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Non voglio essere giudice universale delle persone.

Non mi interessa.

Non mi appartiene.

Rivendico invece la libertà di formulare giudizi sulle azioni, sui sistemi, sulle istituzioni e sulle esperienze quando ritengo di possedere elementi sufficienti per farlo.

Assumendomene la responsabilità.

E riconoscendo agli altri la libertà di contestarmi.

VERITÀ

Quando esprimo il mio pensiero sono la voce di me stesso.

Non attribuisco agli altri parole che non hanno pronunciato.

Non trasformo la mia convinzione nella loro.

⸻

Questo non significa negare la rappresentanza.

Se un giorno sarò chiamato a esercitare una funzione rappresentativa, quella funzione porterà con sé responsabilità ulteriori.

Una cosa è l’autorialità del pensiero.

Altra cosa è la responsabilità della rappresentanza.

La prima mi appartiene.

La seconda, eventualmente, mi verrà affidata secondo le regole della Repubblica e dovrà essere esercitata nell’interesse della funzione ricevuta.

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Ho sempre perseguito ciò che considero:

verità.

Ma proprio perché utilizzo questa parola devo accettarne la conseguenza più difficile:

la mia convinzione non diventa vera perché è mia.

Deve incontrare i fatti.

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Non mi limito a dirvelo.

Ve lo scrivo.

Verificate.

Verificate ciò che dico.

Verificate ciò che faccio.

Verificate la distanza fra parola e comportamento.

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La mia metrica tende a uno zero:

la distanza più piccola possibile fra ciò che dico e ciò che faccio.

Ma non sarò io a proclamare raggiunto quello zero.

Lo diranno i fatti.

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Perché la verità non teme il controllo.

L’onestà non teme la trasparenza.

La giustizia non teme l’uguaglianza.

E l’uguaglianza non richiede la cancellazione della diversità.

LA MIA ESSENZA

Poi esiste qualcosa di diverso.

La mia essenza.

La parte di me che non coincide con una candidatura.

Non coincide con un curriculum.

Non coincide con una funzione.

Non coincide con ciò che qualcuno pensa di me.

E non coincide neppure completamente con ciò che io stesso scrivo pubblicamente.

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Quella parte non appartiene alla politica.

Non appartiene allo Stato.

Non appartiene all’opinione pubblica.

Appartiene a me.

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Ed è qui che posso scrivere:

la mia essenza dovete meritarvela.

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Non significa:

dovete meritarvi il diritto di giudicare la mia azione pubblica.

Quello non dovete meritarvelo.

Lo avete.

Non significa:

dovete meritarvi il diritto di contraddirmi.

Anche quello lo avete.

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Significa qualcosa di molto più personale:

la mia fiducia.

La mia confidenza.

La mia parola quando non è pubblica.

Il mio silenzio quando decide di aprirsi.

La mia interiorità.

La mia intimità.

La mia essenza personale.

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Quella non è una funzione pubblica.

Non è dovuta.

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La rappresentanza, eventualmente, appartiene alla responsabilità affidata dai cittadini e disciplinata dall’ordinamento.

La funzione appartiene alla Repubblica.

Le mie azioni pubbliche appartengono al giudizio pubblico.

La mia essenza appartiene a me.

E l’accesso a quella dimensione nasce dal riconoscimento reciproco.

Dalla fiducia.

Dal rispetto.

Dal tempo.

⸻

Forse anche questa è libertà.

Sapere ciò che dobbiamo agli altri.

Sapere ciò che possiamo chiedere agli altri.

E sapere anche ciò che nessuno può pretendere di possedere.

NATURA

La natura non chiede permesso alla bibliografia.

Ma questo non significa che ogni mia interpretazione della natura sia automaticamente incontestabile.

La natura esiste.

Io la osservo.

La interpreto.

E rispondo della mia interpretazione.

⸻

Cinque elementi:

Terra.
Acqua.
Aria.
Fuoco.
Equilibrio.

Non equilibrismo.

Equilibrio.

⸻

E nella dimensione civile:

Verità.
Onestà.
Libertà.
Responsabilità.
Dignità.

⸻

Nessuno di questi principi mi appartiene.

Ed è proprio per questo che posso riconoscerli anche quando vengono invocati contro di me.

Altrimenti non sarebbero principi.

Sarebbero strumenti personali.

MIO PADRE — LE RADICI

Mi capita, senza ossessione, di pensare a mio padre.

A volte mi sembra di poterci parlare.

Magari ci parlo nella memoria.

Magari lo vedo nella forza degli insegnamenti che sono rimasti.

⸻

Sono parole che non cancello.

Sono insegnamenti che non cancello.

È stata anche un’educazione iperprotettiva.

E io sono la sua naturale evoluzione.

Non la sua copia.

⸻

Proteggere principi e valori.

Non necessariamente perché siano esclusivamente miei.

Ma anche quando appartengono a interessi soggettivi, oggettivi, collettivi o collegiali che strettamente non mi appartengono e che tuttavia riconosco meritevoli di protezione.

⸻

Ricevere.

Comprendere.

Correggere.

Trasformare.

Restituire.

Possibilmente:

meglio.

⸻

Ed ecco che la storia personale ritorna alla storia del Paese.

Perché vale anche per una Nazione.

Una generazione riceve qualcosa.

Non deve idolatrarlo.

Non deve distruggerlo.

Deve comprenderlo.

Conservarne ciò che merita.

Correggere ciò che non funziona.

Aggiungere ciò che manca.

E restituirlo alla generazione successiva.

⸻

Ecco nuovamente il:

sapore.

Non nostalgia.

Trasmissione.

DALL’ANALISI AL PROGETTO

Davanti a ciò che considero un’immane criticità non scelgo la propaganda.

La scompongo.

La osservo.

La comprendo.

La ricompongo.

⸻

Problema → Analisi → Alternative → Decisione → Attuazione → Controllo → Risultato → Correzione.

⸻

E di nuovo:

caso per caso.

Perché non sono innamorato di una soluzione al punto da conservarla quando la realtà dimostra che non funziona.

⸻

La politica dovrebbe fare esattamente questo:

non innamorarsi delle proprie risposte più dei problemi che quelle risposte dovrebbero risolvere.

NON VOGLIO SOSTITUIRE UN “ISMO” CON IL MIO NOME

Non voglio sostituire un sistema di appartenenze con un’altra appartenenza.

Non voglio sostituire un “ismo” con il mio nome.

Non voglio che Simone diventi misura degli altri.

Sono:

S. nella sua evoluzione.

⸻

Non voglio che qualcuno mi segua perché sono io.

Non voglio essere creduto perché parlo.

Non voglio avere ragione perché eventualmente rappresento un’istituzione.

Voglio qualcosa di più semplice:

lasciarvi verificare.

IL DISSENSO

Non pretendo che la mia volontà venga accolta.

Pretendo qualcosa di precedente e infinitamente più semplice:

che possa esistere.

Che possa manifestarsi.

Che possa essere valutata.

⸻

Poi giudicatela.

Contestatela.

Contradditela.

Respingetela, se ne esistono le ragioni.

Accoglietela, se liberamente la condividete.

⸻

Ma prima:

lasciatela essere.

E osservatela con l’onestà e la verità dei vostri occhi.

Non dei miei.

⸻

E questo principio deve valere anche al contrario.

Se pretendo che la mia voce possa esistere, devo riconoscere identica possibilità alla voce che mi contraddice.

Altrimenti non starei difendendo un principio.

Starei chiedendo un privilegio.

⸻

Il dissenso non distrugge necessariamente una squadra.

Può impedirle di sbagliare.

POTERE E LIMITE

Non ho il culto dell’uomo forte al comando.

La forza politica che riconosco è un’altra.

Avere possibilità di decidere e accettare il limite.

Assumere responsabilità e accettare il controllo.

Guidare senza possedere.

Parlare senza pretendere obbedienza.

Tacere senza scomparire.

⸻

Uno Stato non dovrebbe dipendere dall’insostituibilità di qualcuno.

Dovrebbe costruire istituzioni capaci di sopravvivere alle persone che temporaneamente le rappresentano.

⸻

È questa, per me, la differenza tra:

potere come servizio

e

potere come possesso.

DOVERE E DIRITTO

Sono stato educato severamente al dovere.

Ho dovuto imparare anche il diritto.

Adesso li tengo insieme.

⸻

Dovere e diritto.

Come ragione e sentimento.

Come tradizione e innovazione.

Come individuo e comunità.

Come natura e norma.

Come Io e Noi.

⸻

Ancora una volta:

non antagonismi necessari.

Equilibri da costruire.

⸻

Forse proprio qui classicismo, Illuminismo, preromanticismo e Romanticismo smettono, nella mia riflessione personale, di essere soltanto coordinate della storia culturale.

Diventano una domanda ancora attuale:

quanto della persona può essere misurato dall’esterno e quanto deve essere riconosciuto nella sua irriducibile individualità?

⸻

La mia risposta non pretende di essere quella degli altri.

È semplicemente la mia.

GIUSTIZIA — ONESTÀ — VERITÀ

Non slogan.

Non appartenenze.

Non “ismi”.

Principi.

Principi che devono valere anche contro di noi quando siamo noi a sbagliare.

⸻

Giustizia.

Onestà.

Verità.

Libertà.

Responsabilità.

Dignità.

⸻

Questa è la misura che scelgo per me.

Questa è la mia naturale tensione.

E questa rimane la mia convinzione:

la forza vera non si dichiara.

Si lascia percepire.

POLITICHE 2027

Una proposta politica.

Una possibile guida del Governo.

Una donna.

Un uomo.

Responsabilità differenti.

Istituzioni differenti.

Regole differenti.

⸻

Non una corona.

Non persone proprietarie delle istituzioni.

Non persone sopra gli altri.

Non incarichi distribuiti preventivamente dalla volontà di una singola persona.

Una proposta politica che, per diventare realtà istituzionale, dovrà necessariamente incontrare:

le regole dell’ordinamento.

le procedure democratiche.

le prerogative costituzionali.

il Parlamento.

gli organi competenti.

i controlli.

e soprattutto:

il libero giudizio dei cittadini.

⸻

Io resto semplicemente:

Simone.

Un essere umano.

Nulla di più.

Nulla di meno.

E proprio per questo posso assumermi la responsabilità delle mie parole.

⸻

So chi sono.

Ma proprio perché so chi sono non ho bisogno di impedire agli altri di verificare ciò che faccio.

Il pubblico è verificabile.

La funzione è controllabile.

Il potere è limitabile.

Il comportamento è giudicabile.

⸻

L’essenza personale, invece, non si occupa.

Si incontra.

E per incontrarla davvero:

bisogna meritarla.

DARE NUOVAMENTE SAPORE

E alla fine torno all’inizio.

Al Paese capovolto.

Alla domanda:

perché?

E alla domanda ancora più importante:

che cosa farne?

⸻

Non voglio semplicemente raddrizzare ciò che considero capovolto.

Voglio comprendere perché si sia capovolto.

Non voglio soltanto denunciare ciò che è stato perduto.

Voglio capire cosa meriti davvero di essere ritrovato.

⸻

Non restaurazione.

Non nostalgia.

Non omologazione.

Non cancellazione.

⸻

Radici e futuro.

Tradizione e innovazione.

Ragione e sentimento.

Identità e libertà.

Persona e comunità.

Diritti e doveri.

Potere e limite.

Merito e possibilità.

⸻

Dal rurale al nazionale.

Dal nazionale all’internazionale.

Dalla terra alla tecnologia.

Dalla tradizione all’innovazione.

Dall’innovazione nuovamente alla persona.

⸻

Un Paese capovolto non si raddrizza cancellandone la storia.

Si raddrizza riconoscendo ciò che merita di essere conservato.

Correggendo ciò che deve essere corretto.

Abbandonando ciò che non merita di sopravvivere.

E costruendo ciò che ancora manca.

LE TRE MATRICI

Persona → Relazione → Comunità → Principio → Regola → Norma → Ordinamento → Istituzione → Potere → Limite → Responsabilità → Controllo → Persona.

⸻

Origine → Identità → Memoria → Tradizione → Conoscenza → Innovazione → Progetto → Futuro.

⸻

Dovere → Responsabilità → Diritto → Libertà → Limite → Reciprocità → Dignità.

⸻

Tre percorsi.

Un punto comune:

l’essere umano.

⸻

Forse è precisamente da qui che bisogna ripartire per:

dare nuovamente sapore a un Paese che ha perso il suo originario sapore.

Non il sapore artificiale della nostalgia.

Non il sapore deciso da me.

Non una copia del passato.

Il proprio sapore.

Quello capace di riconoscere da dove viene senza avere paura di scoprire dove può arrivare.

⸻

Tradizione senza immobilismo.

Innovazione senza sradicamento.

Ragione senza disumanizzazione.

Sentimento senza imposizione dell’irrazionalità.

Istituzioni senza possesso.

Potere senza culto.

Libertà con responsabilità.

Dovere senza compressione del diritto.

Diritto senza dimenticanza del dovere.

Merito con possibilità.

Giustizia senza privilegio.

Identità senza esclusione.

⸻

Un Paese che torni a riconoscersi allo specchio.

Non nel mio specchio.

Nel proprio.

IL SILENZIO

Ho, per natura e per educazione, un self-control di antichissima memoria.

Ma ritengo finita l’era degli spettatori dei percorsi altrui.

⸻

Io parlo quando ho qualcosa da dire.

Scrivo quando ho qualcosa da scrivere.

Per tutto il resto:

scelgo il silenzio.

Non quello imposto.

Quello scelto.

⸻

Per il resto manterrò, per scelta, distanza e distacco.

Limiterò le interazioni all’essenziale.

Non per ostilità.

Non per indifferenza.

Ma per coerenza con ciò che sono, con ciò che ho scritto e con il silenzio che ho scelto.

⸻

Non dispenso consigli non richiesti.

Non pretendo consigli.

Ascolto.

Valuto.

E quando ritengo di possedere gli elementi necessari:

giudico.

Assumendomene la responsabilità.

E accettando che identica libertà venga esercitata nei miei confronti.

⸻

Ho detto ciò che avevo da dire.

Ho scritto ciò che avevo da scrivere.

Ho finito qui.

⸻

Rendo pubblica la mia disponibilità a valutare proposte di candidatura alle prossime elezioni politiche, nel rispetto delle regole, delle procedure e della mia libertà di scelta.

E auspico di non essere solo.

Perché non voglio costruire spettatori.

Non voglio costruire seguaci.

Voglio, se esisteranno le condizioni, costruire:

squadra.

⸻

Un Io capace di entrare in un Noi senza perdere se stesso.

Un Noi capace di esistere senza cancellare gli Io che lo compongono.

⸻

Necessità.

Urgenza.

Giustizia.

Onestà.

Verità.

Libertà.

Responsabilità.

Dignità.

⸻

E soprattutto:

coerenza.

⸻

La forza vera non si dichiara.

Si lascia percepire.

⸻

Per oggi ho finito qui.

Parlo se ho qualcosa da dire.

Scrivo se ho qualcosa da scrivere.

Per tutto il resto,

scelgo il silenzio.

⸻

S.

🟦

STRETTAMENTE PERSONALE E RISERVATO

POLITICHE 2027

Mi candido per un semplice motivo: il tradimento delle maglie di appartenenza.
Il tradimento della promessa della parola della fiducia della condivisione di valori e principi comuni.

IL PAESE CAPOVOLTO

Dall’Io al Noi — Dall’origine al futuro

Il Paese e i cittadini li vedo a testa in giù.

O meglio:

salvo rarissime eccezioni,

Paese “capovolto” e cittadini “capovolti”.

E sinceramente mi domando il perché.

⸻

Non è una questione anagrafica.

Non è questione di un presunto quoziente d’intelligenza naturale.

Non sono un misuratore dell’intelligenza altrui.

Penso che la ragione sia altra.

Tocca il modo di vivere.

Tocca la spiritualità del vivere.

Tocca la capacità di riconoscersi.

Tocca ciò che siamo prima ancora di ciò che rappresentiamo.

Tocca la mia essenza.

⸻

Ho i tre sacramenti.

Tifo da sempre il Cagliari.

Sono elementi della mia storia.

Radici.

Non titoli.

Non privilegi.

Non strumenti attraverso i quali misurare gli altri.

E proprio partendo dalle mie radici continuo a vedere qualcosa di capovolto.

⸻

Due parole:

Necessità.

Urgenza.

Problemi diversi.

Soluzioni diverse.

Caso per caso.

Dal generale al particolare.

Dal particolare al generale.

⸻

Sono semplicemente:

S.

COSA PROPONGO

Un uomo e una donna.

Non perché il genere determini il valore.

Non perché essere uomo o donna attribuisca automaticamente capacità, merito o funzione.

Ma perché, nella mia costruzione, la differenza non significa necessariamente contrapposizione.

Può significare complementarità.

Può significare equilibrio.

Può significare incontro fra sensibilità differenti all’interno di un progetto comune.

⸻

Una figura apicale.

Una donna.

Un uomo.

Responsabilità differenti.

Una casa comune:

le istituzioni della Repubblica.

Non intendo anticipare né sostituire le procedure attraverso le quali l’ordinamento attribuisce le diverse funzioni istituzionali.

Una proposta politica incontra necessariamente la Costituzione, le leggi, le prerogative degli organi costituzionali, le procedure democratiche e il libero giudizio dei cittadini.

Prima viene la proposta.

Poi vengono le regole attraverso le quali quella proposta può, oppure non può, diventare realtà.

È precisamente il limite che distingue una visione politica dal possesso delle istituzioni.

DESTINATARI

A chi crede in qualcosa.

Perché bisogna pur credere in qualcosa.

Non necessariamente nella stessa cosa.

Non necessariamente in ciò in cui credo io.

Perché libertà significa anche poter arrivare a conclusioni differenti senza trasformare automaticamente la differenza in inimicizia.

IN PREMESSA

Potrei qui stendere pianificazione e programmazione progettuale per il Paese.

Dal generale al particolare.

Dal particolare al generale.

Preferisco che la capacità di farlo non venga proclamata.

Dovrà essere dimostrata.

Attraverso:

analisi.

metodo.

progetto.

attuazione.

risultati.

controllo.

⸻

Ritengo inoltre conforme a correttezza che un progetto destinato a una comunità non sia soltanto l’opera di chi materialmente lo scrive.

Deve essere anche frutto di:

condivisione.

ascolto.

confronto.

dialettica interna ed esterna.

Quella degli altri.

⸻

Io prediligo ascolto.

Silenzio.

Mediazione orientata alla conciliazione.

Senza escludere, quando necessario e nei limiti delle responsabilità attribuite, il legittimo esercizio del potere decisionale.

Perché mediazione non significa rinuncia alla decisione.

E decisione non significa arbitrio.

⸻

Vi rimando alla bozza:

“Dall’analisi al progetto”.

Alla bozza:

“Il Noi e la rottura dell’appartenenza”.

E a:

“Semplicemente: Verità”.

Letture non obbligate.

Come non sono obbligate le mie personalissime opere, dalla mia nascita ad oggi e quelle future.

⸻

Premetto.

Non è soltanto questione finanziaria, economica e monetaria.

Non è soltanto questione culturale.

Non è soltanto questione antropologica o geografica.

Non è irrazionalità da ricondurre obbligatoriamente a una predefinita razionalità altrui.

È qualcosa che attraversa contemporaneamente:

persona.

comunità.

diritto.

istituzioni.

lavoro.

territorio.

cultura.

responsabilità.

identità.

futuro.

⸻

È opera rispettosa di libertà e socialità.

E considero la democrazia non soltanto una costruzione formale, ma una responsabilità sostanziale.

Le istituzioni, le procedure, le garanzie, il pluralismo, il controllo del potere e il rispetto della persona devono convivere.

Perché nessuna parola, da sola, può sostituire il comportamento degli esseri umani.

Il rispetto non richiede necessariamente ammirazione.

Richiede riconoscimento.

Nella diversità.

Nella differenza.

Nella libera adesione, oppure nella libera non adesione, a un progetto comune.

IL METODO NON È UNA GABBIA

Se volete, declinatelo metodologicamente come volete e desiderate.

Ma non escludete:

induzione e deduzione.

Dal particolare al generale.

Dal generale al particolare.

In qualsivoglia settore.

Ma neppure questo è vincolante.

Perché il metodo deve servire alla comprensione della realtà.

Non la realtà al metodo.

⸻

E quindi anticipo le domande:

“Che cosa vuole fare?”

“Qual è il metodo?”

“Quali strumenti?”

“Quali soluzioni?”

Sono domande legittime.

Ma questo testo viene prima.

Il progetto arriverà al momento opportuno.

E dovrà essere verificabile.

Non soltanto raccontabile.

⸻

Come una pietanza.

Una pietanza capace di sapere contemporaneamente di:

genuina tradizione e innovazione.

Ed è precisamente da questa immagine che voglio partire.

DARE NUOVAMENTE SAPORE AL PAESE

Vorrei fare anche questo:

dare nuovamente sapore a un Paese che, a mio modo di vedere, ha progressivamente perso parte del proprio originario sapore.

⸻

E quando parlo di sapore non parlo di nostalgia.

Non propongo di tornare indietro.

Non voglio imbalsamare ciò che siamo stati.

La storia non procede all’indietro.

E io non intendo farla retrocedere.

⸻

Parlo delle radici senza trasformarle in catene.

Della memoria senza farne immobilismo.

Della tradizione senza farne conservazione dell’errore.

Dell’identità senza trasformarla in esclusione.

Dell’innovazione senza farne cancellazione di ciò che eravamo.

⸻

Perché innovare non significa necessariamente sostituire.

Innovare può significare qualcosa di molto più difficile:

comprendere ciò che merita di essere conservato.

Correggere ciò che non funziona più.

Costruire ciò che ancora non esiste.

⸻

Terra e tecnologia.

Lavoro e conoscenza.

Comunità e libertà individuale.

Territorio e dimensione nazionale.

Nazione ed Europa.

Identità e apertura.

Tradizione e futuro.

Non necessariamente antagonismi.

Ancora una volta:

differenze che non hanno bisogno di essere trasformate artificialmente in contrapposizioni.

⸻

Un Paese perde il proprio sapore quando smette di riconoscere ciò che possiede.

Quando confonde modernizzazione con omologazione.

Quando dimentica i territori.

Quando il lavoro perde dignità.

Quando la competenza viene sostituita dall’appartenenza.

Quando il patrimonio viene soltanto celebrato e non trasmesso.

Quando la tradizione diventa rappresentazione teatrale di se stessa.

Quando l’innovazione diventa imitazione.

Quando i giovani devono cercare altrove non ciò che liberamente desiderano, ma ciò che non riescono più a trovare a casa.

Quando l’innovazione arriva senza memoria.

E quando la memoria pretende di sopravvivere senza innovazione.

⸻

Io non voglio imbalsamare l’Italia che è stata.

E non voglio costruire un’Italia che debba vergognarsi di essere ciò che è.

Voglio che sappia:

riconoscersi.

Prendere ciò che viene dalle proprie radici.

Sottoporlo alla realtà presente.

Correggerlo dove necessario.

Innovarlo.

E consegnarlo a chi verrà dopo in condizioni migliori di quelle nelle quali lo abbiamo ricevuto.

⸻

Questo significa, per me:

dare sapore.

Non imporre il mio gusto al Paese.

Non decidere quale debba essere il gusto degli altri.

Ma creare le condizioni affinché un Paese possa nuovamente esprimere la pluralità dei propri sapori senza perdere la capacità di riconoscere la propria origine.

⸻

Perché una Nazione non è una pietanza preparata da un uomo solo.

È il risultato di:

generazioni.

territori.

differenze.

lavoro.

cultura.

errori.

conquiste.

sofferenze.

capacità.

memoria.

trasformazione.

⸻

Ed ecco una prima matrice:

Origine → Identità → Memoria → Tradizione → Conoscenza → Innovazione → Progetto → Futuro.

E ritorno:

Futuro → Progetto → Innovazione → Conoscenza → Tradizione → Memoria → Identità → Origine.

Non per tornare indietro.

Per sapere da dove ripartire.

PRIMA DELLA POLITICA: LE ORIGINI

E proprio perché parlo di origine, voglio andare ancora più indietro.

Prima del Governo.

Prima del Parlamento.

Prima dello Stato contemporaneo.

Prima delle costituzioni contemporanee.

Prima delle dichiarazioni moderne dei diritti.

Prima della norma scritta.

⸻

Perché non posso parlare seriamente delle istituzioni senza domandarmi:

da dove vengono le istituzioni?

E prima ancora:

da dove viene il diritto?

⸻

Prima della norma c’è l’essere umano.

C’è la relazione.

C’è la comunità.

C’è la necessità di convivere.

C’è cooperazione.

C’è conflitto.

C’è riconoscimento dell’altro.

C’è il bisogno di stabilire ciò che si può fare e ciò che non si può fare.

C’è il limite.

C’è la responsabilità.

⸻

Poi arriva la regola.

Poi la norma.

Poi l’ordinamento.

Poi l’istituzione.

Poi il potere.

E quando arriva il potere nasce immediatamente un’altra necessità:

il suo limite.

NATURA, NORMA E DIRITTO

La storia della filosofia e della teoria del diritto ha elaborato, attraverso scuole e impostazioni differenti, il rapporto fra ciò che precede la norma positiva e ciò che acquista validità all’interno di un ordinamento.

Giusnaturalismo.

Giuspositivismo.

Non ne nego le differenze.

Non pretendo di esaurirne qui la complessità.

Le assumo come coordinate di una mia riflessione.

⸻

Non ho bisogno di trasformare la distinzione in antagonismo assoluto.

Non devo scegliere artificialmente:

o natura o norma.

Posso distinguere senza confondere.

E posso mettere in relazione senza rendere identico ciò che identico non è.

⸻

La domanda che pongo viene prima:

per chi esiste il diritto?

Per la persona e per la comunità degli esseri umani.

Questo non significa che ogni convinzione personale diventi automaticamente diritto.

Sarebbe arbitrio.

E non significa negare il diritto positivo.

Sarebbe negare l’ordinamento attraverso il quale una comunità disciplina concretamente la propria convivenza.

⸻

Ciò che ciascuno proclama “naturale” non può, per il solo fatto di essere proclamato, imporsi agli altri come diritto.

Ma anche l’esistenza formale di una norma non esaurisce necessariamente la domanda sulla sua giustizia.

“Questa norma esiste.”

“Questa norma è giusta.”

Sono domande differenti.

⸻

Io non scelgo la guerra terminologica.

Cerco la relazione.

Ancora una volta:

non confusione.

Relazione.

LA MATRICE ORIGINARIA

La persona esiste.

La persona entra in relazione.

La relazione genera comunità.

La comunità incontra cooperazione e conflitto.

Emergono principi.

Nascono regole.

Le regole vengono formalizzate.

Nasce la norma.

Le norme formano ordinamenti.

Gli ordinamenti costruiscono istituzioni.

Le istituzioni ricevono poteri.

I poteri incontrano limiti.

I limiti richiedono controlli.

E i controlli devono infine ritornare alla ragione originaria dell’intera costruzione:

la persona.

⸻

Questa è la mia matrice:

Persona → Relazione → Comunità → Principio → Regola → Norma → Ordinamento → Istituzione → Potere → Limite → Responsabilità → Controllo.

E ritorno:

Controllo → Responsabilità → Limite → Potere → Istituzione → Ordinamento → Norma → Regola → Principio → Comunità → Relazione → Persona.

⸻

Dal particolare al generale.

Dal generale al particolare.

Induzione.

Deduzione.

Analisi.

Tesi.

Antitesi.

Sintesi.

E nuovamente:

realtà.

PRIMA DELLE DICHIARAZIONI

Le grandi dichiarazioni dei diritti hanno rappresentato passaggi fondamentali nella progressiva formalizzazione e protezione della dignità umana.

Ma l’essere umano precede il documento che ne riconosce i diritti.

La dignità non nasce semplicemente perché viene scritta.

La sua formalizzazione giuridica, invece, è essenziale affinché il principio possa trasformarsi in tutela, garanzia e responsabilità.

Ed è precisamente una parola che mi interessa:

riconoscimento.

⸻

Prima delle contemporanee dichiarazioni universali:

costituzioni.

dichiarazioni.

carte.

statuti.

consuetudini.

limitazioni del potere.

esperienze costituzionali.

pensiero moderno.

pensiero medievale.

tradizioni religiose e laiche.

diritto comune.

diritto romano.

filosofie dell’antichità.

E, senza pretendere di attribuire l’origine a una singola civiltà:

esseri umani che cercano regole per vivere insieme.

⸻

Non voglio attribuire a un solo autore ciò che appartiene a una stratificazione millenaria.

Le bibliografie sono strumenti.

Non proprietarie della verità.

⸻

Documenti, ordinamenti ed epoche differenti non possono essere sovrapposti come se fossero equivalenti.

Possono però essere osservati all’interno di una storia immensamente più ampia:

la relazione fra persona, autorità, diritto e limite del potere.

Principio.

Riconoscimento.

Positivizzazione.

Garanzia.

Controllo.

Ancora una volta:

relazione.

IL SISTEMA DELLE FONTI

Poi arriva il diritto positivo.

E qui la mia riflessione deve incontrare il rigore dell’ordinamento.

Non basta più dire:

“è giusto”.

Bisogna domandarsi:

chi può produrre quella norma?

Con quale competenza?

Attraverso quale procedimento?

Con quale forza?

Entro quali limiti?

Quali rapporti esistono fra le differenti fonti?

Chi controlla?

Chi giudica?

⸻

Io posso avere una convinzione fortissima.

Ma la mia convinzione non diventa, per ciò solo, una fonte del diritto.

Ed è proprio questa distinzione che protegge anche me dall’arbitrio degli altri.

⸻

Nell’ordinamento italiano la Costituzione costituisce il riferimento fondamentale.

La sovranità appartiene al popolo, ma il suo esercizio incontra forme e limiti costituzionali.

Forme.

E limiti.

Persino il potere democraticamente legittimato non coincide con l’assenza di limite.

⸻

La Repubblica riconosce e garantisce diritti inviolabili e, contemporaneamente, richiede l’adempimento di doveri inderogabili di solidarietà.

Diritti.

Doveri.

La persona non è soltanto destinataria di pretese nei confronti della comunità.

È anche parte responsabile della comunità.

⸻

Costituzione.

Leggi costituzionali.

Leggi.

Atti aventi forza di legge.

Fonti regionali e territoriali nell’ambito delle rispettive competenze.

Regolamenti.

Consuetudini nei limiti riconosciuti.

Diritto dell’Unione europea.

Diritto internazionale.

Obblighi derivanti dai rapporti fra ordinamenti.

⸻

Ma non riduco tutto a una piramide disegnata su una pagina.

Occorre ragionare attraverso:

gerarchia.

competenza.

successione nel tempo.

specialità.

interpretazione.

applicazione.

controllo.

rapporti fra ordinamenti.

⸻

Ancora:

caso per caso.

La fonte non è soltanto una posizione grafica.

È produzione di effetti giuridici all’interno di un sistema.

E il sistema torna alla ragione per cui esiste:

la persona nella comunità.

DALLE ORIGINI ALLE ISTITUZIONI

Adesso posso arrivare alle istituzioni.

Non parto dal palazzo.

Parto dalle fondamenta.

⸻

La Presidenza del Consiglio non è una corona.

Il Parlamento non è un palcoscenico.

Il Senato non è proprietà di chi vi entra.

La Camera non appartiene a chi temporaneamente la rappresenta.

Sono istituzioni della Repubblica.

Le persone passano.

Le istituzioni restano.

⸻

Le differenti funzioni vengono attribuite secondo le regole proprie dell’ordinamento.

La politica può indicare una direzione.

Può proporre persone.

Può costruire maggioranze.

Può assumere pubblicamente impegni.

Non può appropriarsi preventivamente delle prerogative costituzionali altrui.

⸻

Chi rappresenta non possiede la rappresentanza.

La riceve temporaneamente secondo le forme previste dall’ordinamento.

E deve risponderne.

Chi esercita una funzione pubblica deve ricordare che la funzione non coincide con la persona.

⸻

Perché il potere che dimentica il proprio limite diventa privilegio.

La rappresentanza che dimentica chi rappresenta diventa distanza.

La politica che dimentica la verità diventa rappresentazione.

Ed è precisamente questo che rifiuto:

la politica di riflesso.

IL NOI E LA ROTTURA DELL’APPARTENENZA

Non mi interessano i colori di appartenenza quando diventano gabbie.

Non voglio sconsacrare l’Io di ciascuno.

Ritengo sia arrivato il tempo del:

Noi.

Ma non un Noi che distrugga l’Io.

Un Noi composto da persone capaci di riconoscersi.

⸻

Figuratevi.

Sono un semplice storico tifoso del Cagliari.

E lo spirito di squadra è ciò in cui credo fortemente.

Il rispetto dei ruoli.

Il rispetto delle funzioni.

Il rispetto degli altri.

Il rispetto di noi stessi.

⸻

Una squadra non funziona quando tutti pretendono di essere la stessa persona.

Funziona quando differenze reali riescono a concorrere a un obiettivo comune.

E soprattutto quando nessuno confonde la propria funzione con il possesso della squadra.

LA MIA PROPOSTA

Ho in mente una persona che ritengo possa essere proposta politicamente per la responsabilità della Presidenza del Consiglio.

È una proposta.

Non un’investitura.

La sua eventuale traduzione istituzionale non dipenderebbe dalla mia volontà personale, ma dalle regole costituzionali, dal risultato elettorale, dalle dinamiche parlamentari e dall’esercizio delle prerogative attribuite agli organi della Repubblica.

⸻

Quanto a me, immagino il mio eventuale contributo nella funzione parlamentare.

Anche questa non è un’autoproclamazione.

È una disponibilità politica da sottoporre:

alle regole.

alle candidature.

agli elettori.

alla realtà.

⸻

Presidenza del Consiglio.

Senato della Repubblica.

Camera dei deputati.

Funzioni differenti.

Procedure differenti.

Responsabilità differenti.

Un principio comune:

nessuno possiede l’istituzione che temporaneamente serve o rappresenta.

⸻

Nella mia visione politica immagino:

una figura chiamata alla guida del Governo.

Una donna.

Un uomo.

Persone chiamate, eventualmente e secondo le regole dell’ordinamento, a responsabilità istituzionali differenti.

Non un triumvirato.

Non tre proprietari delle istituzioni.

Non un potere preventivamente distribuito da me.

Una proposta di equilibrio politico e istituzionale che potrà esistere soltanto se compatibile con le regole della Repubblica e sostenuta dalle libere determinazioni degli organi competenti.

⸻

I nomi saranno scritti come tutti.

Quando sarà il momento dei nomi.

Prima:

principi.

criteri.

competenze.

progetto.

responsabilità.

⸻

Non persone sopra gli altri.

Persone eventualmente chiamate a una responsabilità maggiore proprio perché devono restare consapevoli di essere:

semplicemente persone.

MERITO

C’è una questione antica.

La possibilità che appartenenze, relazioni, convenienze o rendite di posizione impediscano il riconoscimento delle capacità.

La possibilità che si tarpino le ali ai meritevoli.

Io non voglio sostituire un privilegio con un altro privilegio.

Voglio rompere il meccanismo.

⸻

Il principio rimane:

nessuno deve conoscere qualcuno per diventare qualcuno.

⸻

Pari opportunità non significa identità dei risultati.

Non significa negazione della differenza.

Significa rendere concreta la possibilità di sviluppare la persona e rimuovere, per quanto possibile, gli ostacoli che impediscono l’effettivo esercizio della libertà.

⸻

Per me significa possibilità concreta di:

studiare.

lavorare.

intraprendere.

creare.

sbagliare.

ricominciare.

emergere.

servire le istituzioni.

⸻

Poi devono parlare:

capacità.

impegno.

responsabilità.

comportamento.

risultati.

⸻

Non sarò io a stabilire il valore umano delle persone.

Il valore umano non è una graduatoria.

Altra cosa è verificare l’adeguatezza a una funzione.

E quella verifica deve poter valere per tutti.

Me compreso.

DALLA STORIA ALL’ESSERE UMANO

E poi c’è qualcosa che si intreccia.

Qualcosa che caratterizza la vita dell’essere umano attraverso epoche, linguaggi e sensibilità differenti.

⸻

Classicismo.

Illuminismo.

Preromanticismo.

Romanticismo.

Non li considero quattro scatole nelle quali rinchiudere la storia.

Non pretendo neppure di ridurre attraverso queste coordinate la complessità delle rispettive epoche culturali.

Le assumo come punti di una riflessione personale.

Misura.

Ordine.

Ragione.

Natura.

Sentimento.

Individualità.

Libertà.

Dovere.

Interiorità.

Inquietudine.

⸻

Dimensioni che la storia del pensiero ha distinto, intrecciato e talvolta contrapposto.

Io torno ancora una volta alla mia impostazione:

non ho bisogno di trasformare ogni differenza in antagonismo.

Come non vi è fra una visione sociale e una liberale.

  • socialista
  • liberale
  • nazionale esportabile in qualsivoglia contesto dal rurale all’internazionale
    Non sono mio padre, ma sono nato e cresciuto in un onesta famiglia socialista che ha sempre creduto nell’eguaglianza nelle pari opportunità e non in una uguaglianza senza distinzione tra meritevoli e non meritevoli.
    Tra persone perbene e non.

Socialista al di sopra di una visione di destra sinistra o centro.

Soprattutto esemplare e onestà con spirito repubblicano.

Il riformismo o radicalismo ?
Il populismo di destra centro o sinistra?
Il moralismo, l’intellettualismo da “animus educandi” ed eticismo?

Non mi appartiene.

Altro e’ a mio nome e’ appartiene a una dimensione non rappresentabile in natura.

E va secretata dai portatori di intelligenza naturale.

Per il resto c’è :

  • il non rappresentabile in natura
  • segretissimo
  • segreto
  • riservatissimo
  • riservato
  • liberamente accessibile

E poi ci sono i limiti al diritto di accesso: vanno rispettati.

Diritti indisponibili e inviolabili
Diritti soggettivi e oggettivi
Diritti individuali e collettivi
L’io e il noi
La squadra.

La ragione non deve necessariamente distruggere il sentimento.

Il sentimento non deve negare la ragione.

La regola non deve cancellare la libertà.

La libertà non può pretendere di esistere senza responsabilità.

La tradizione non deve impedire l’innovazione.

L’innovazione non deve recidere la memoria.

⸻

Ed è forse proprio qui che incontro me stesso.

In fondo sono soltanto un figlio:

“romantico”.

Non nel significato banalizzato della parola.

Romantico nella centralità dell’interiorità.

Nella profondità attribuita alle relazioni.

Nella memoria.

Nel legame con le origini.

Nella percezione della natura.

Nella necessità di non separare completamente ragione e sentimento.

Nella convinzione che esista una dimensione dell’essere umano che nessuna statistica, nessun titolo e nessuna rappresentazione esterna possano esaurire.

⸻

Ma sono un figlio “romantico” cresciuto attraverso una:

severissima educazione al dovere.

Dovere.

Responsabilità.

Rispetto.

Educazione.

Controllo.

Sacrificio.

Prima ciò che deve essere fatto.

Poi, eventualmente, ciò che si desidera.

⸻

Ed è precisamente qui che individuo una delle contraddizioni della mia formazione:

una severissima educazione all’adempimento dei doveri, ma non altrettanto all’esercizio dei diritti.

Non rinnego quella formazione.

Sarebbe rinnegare una parte di me.

La sottopongo alla stessa operazione alla quale sottopongo tutto:

analisi.

valutazione.

correzione.

evoluzione.

⸻

Educare al dovere è fondamentale.

Ma educare soltanto al dovere rischia di formare persone capaci di rispondere a ogni obbligo e meno capaci di riconoscere quando possano legittimamente dire:

questo è anche un mio diritto.

⸻

La mia sintesi diventa quindi:

massima responsabilità nell’adempimento del dovere.

Pieno e rispettoso esercizio del diritto.

Né diritto senza responsabilità.

Né dovere utilizzato come strumento per comprimere il diritto.

LE MIE ORIGINI

Il mio percorso di vita è stato caratterizzato anche da ciò che ho vissuto e percepito come discriminazioni legate alla mia origine familiare.

Lo dico parlando esclusivamente per me.

Non attribuisco automaticamente intenzioni che non posso dimostrare.

Distinguo ciò che ho vissuto da ciò che posso oggettivamente provare.

Ma non cancello il vissuto soltanto perché qualcun altro potrebbe interpretarlo diversamente.

⸻

Vengo anche da un sistema educativo e formativo che considero, nella mia esperienza:

esemplare.

Non universale.

Non obbligatorio.

Non da imporre.

Eventualmente:

esportabile.

Proponibile.

Osservabile.

Confrontabile.

Migliorabile.

Mai vincolante.

⸻

Perché persino ciò che considero eccellente non deve diventare la misura obbligatoria dell’esistenza altrui.

Qui ritorna:

la libertà.

⸻

Ma rifiuto anche la pretesa opposta:

che un percorso umano possa essere interamente misurato attraverso metriche incapaci di coglierne origine, evoluzione, complessità e individualità.

Una metrica può misurare ciò per cui è stata costruita.

Non necessariamente tutto ciò che una persona è.

⸻

Un titolo misura qualcosa.

Un esame misura qualcosa.

Un concorso misura qualcosa.

Un risultato professionale misura qualcosa.

Un voto misura qualcosa.

Una statistica misura qualcosa.

Una funzione misura qualcosa.

Nessuno di questi strumenti, isolatamente, misura l’interezza di un essere umano.

⸻

Ciò che dalla mia nascita appartiene alla mia interiorità, alla mia natura, alla mia storia e alla mia evoluzione non può essere integralmente ridotto a una metrica costruita dall’esterno.

Potete valutarne le manifestazioni.

Potete giudicare le mie azioni.

Potete contestare le mie parole.

Potete verificare i miei risultati.

E se eserciterò una funzione pubblica non soltanto potrete farlo:

dovrete poterlo fare.

Senza chiedermi permesso.

⸻

Ma una cosa è giudicare ciò che faccio.

Altra cosa è pretendere di possedere la misura definitiva di:

ciò che sono.

DALLA VALUTAZIONE AL GIUDIZIO

Valutare significa:

osservare.

Raccogliere elementi.

Confrontare.

Misurare ciò che è misurabile.

Riconoscere ciò che ancora non si conosce.

Ammettere il margine di errore.

⸻

Giudicare significa compiere un passo ulteriore.

Arrivare a una conclusione.

Ed è precisamente per questo che il giudizio richiede maggiore responsabilità della valutazione.

Perché una valutazione incompleta può essere corretta.

Un giudizio formulato come assoluto senza possederne gli strumenti rischia invece di diventare:

pregiudizio.

⸻

La mia è:

passaggio dalla valutazione al giudizio.

Ma prima su me stesso.

Sulle mie azioni.

Sul mio percorso.

Sulla distanza fra ciò che dico e ciò che faccio.

E poi sulle realtà sulle quali ritengo di possedere elementi sufficienti per formulare un giudizio.

⸻

Non voglio essere giudice universale delle persone.

Non mi interessa.

Non mi appartiene.

Rivendico invece la libertà di formulare giudizi sulle azioni, sui sistemi, sulle istituzioni e sulle esperienze quando ritengo di possedere elementi sufficienti per farlo.

Assumendomene la responsabilità.

E riconoscendo agli altri la libertà di contestarmi.

VERITÀ

Quando esprimo il mio pensiero sono la voce di me stesso.

Non attribuisco agli altri parole che non hanno pronunciato.

Non trasformo la mia convinzione nella loro.

⸻

Questo non significa negare la rappresentanza.

Se un giorno sarò chiamato a esercitare una funzione rappresentativa, quella funzione porterà con sé responsabilità ulteriori.

Una cosa è l’autorialità del pensiero.

Altra cosa è la responsabilità della rappresentanza.

La prima mi appartiene.

La seconda, eventualmente, mi verrà affidata secondo le regole della Repubblica e dovrà essere esercitata nell’interesse della funzione ricevuta.

⸻

Ho sempre perseguito ciò che considero:

verità.

Ma proprio perché utilizzo questa parola devo accettarne la conseguenza più difficile:

la mia convinzione non diventa vera perché è mia.

Deve incontrare i fatti.

⸻

Non mi limito a dirvelo.

Ve lo scrivo.

Verificate.

Verificate ciò che dico.

Verificate ciò che faccio.

Verificate la distanza fra parola e comportamento.

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La mia metrica tende a uno zero:

la distanza più piccola possibile fra ciò che dico e ciò che faccio.

Ma non sarò io a proclamare raggiunto quello zero.

Lo diranno i fatti.

⸻

Perché la verità non teme il controllo.

L’onestà non teme la trasparenza.

La giustizia non teme l’uguaglianza.

E l’uguaglianza non richiede la cancellazione della diversità.

LA MIA ESSENZA

Poi esiste qualcosa di diverso.

La mia essenza.

La parte di me che non coincide con una candidatura.

Non coincide con un curriculum.

Non coincide con una funzione.

Non coincide con ciò che qualcuno pensa di me.

E non coincide neppure completamente con ciò che io stesso scrivo pubblicamente.

⸻

Quella parte non appartiene alla politica.

Non appartiene allo Stato.

Non appartiene all’opinione pubblica.

Appartiene a me.

⸻

Ed è qui che posso scrivere:

la mia essenza dovete meritarvela.

⸻

Non significa:

dovete meritarvi il diritto di giudicare la mia azione pubblica.

Quello non dovete meritarvelo.

Lo avete.

Non significa:

dovete meritarvi il diritto di contraddirmi.

Anche quello lo avete.

⸻

Significa qualcosa di molto più personale:

la mia fiducia.

La mia confidenza.

La mia parola quando non è pubblica.

Il mio silenzio quando decide di aprirsi.

La mia interiorità.

La mia intimità.

La mia essenza personale.

⸻

Quella non è una funzione pubblica.

Non è dovuta.

⸻

La rappresentanza, eventualmente, appartiene alla responsabilità affidata dai cittadini e disciplinata dall’ordinamento.

La funzione appartiene alla Repubblica.

Le mie azioni pubbliche appartengono al giudizio pubblico.

La mia essenza appartiene a me.

E l’accesso a quella dimensione nasce dal riconoscimento reciproco.

Dalla fiducia.

Dal rispetto.

Dal tempo.

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Forse anche questa è libertà.

Sapere ciò che dobbiamo agli altri.

Sapere ciò che possiamo chiedere agli altri.

E sapere anche ciò che nessuno può pretendere di possedere.

NATURA

La natura non chiede permesso alla bibliografia.

Ma questo non significa che ogni mia interpretazione della natura sia automaticamente incontestabile.

La natura esiste.

Io la osservo.

La interpreto.

E rispondo della mia interpretazione.

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Cinque elementi:

Terra.
Acqua.
Aria.
Fuoco.
Equilibrio.

Non equilibrismo.

Equilibrio.

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E nella dimensione civile:

Verità.
Onestà.
Libertà.
Responsabilità.
Dignità.

⸻

Nessuno di questi principi mi appartiene.

Ed è proprio per questo che posso riconoscerli anche quando vengono invocati contro di me.

Altrimenti non sarebbero principi.

Sarebbero strumenti personali.

MIO PADRE — LE RADICI

Mi capita, senza ossessione, di pensare a mio padre.

A volte mi sembra di poterci parlare.

Magari ci parlo nella memoria.

Magari lo vedo nella forza degli insegnamenti che sono rimasti.

⸻

Sono parole che non cancello.

Sono insegnamenti che non cancello.

È stata anche un’educazione iperprotettiva.

E io sono la sua naturale evoluzione.

Non la sua copia.

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Proteggere principi e valori.

Non necessariamente perché siano esclusivamente miei.

Ma anche quando appartengono a interessi soggettivi, oggettivi, collettivi o collegiali che strettamente non mi appartengono e che tuttavia riconosco meritevoli di protezione.

⸻

Ricevere.

Comprendere.

Correggere.

Trasformare.

Restituire.

Possibilmente:

meglio.

⸻

Ed ecco che la storia personale ritorna alla storia del Paese.

Perché vale anche per una Nazione.

Una generazione riceve qualcosa.

Non deve idolatrarlo.

Non deve distruggerlo.

Deve comprenderlo.

Conservarne ciò che merita.

Correggere ciò che non funziona.

Aggiungere ciò che manca.

E restituirlo alla generazione successiva.

⸻

Ecco nuovamente il:

sapore.

Non nostalgia.

Trasmissione.

DALL’ANALISI AL PROGETTO

Davanti a ciò che considero un’immane criticità non scelgo la propaganda.

La scompongo.

La osservo.

La comprendo.

La ricompongo.

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Problema → Analisi → Alternative → Decisione → Attuazione → Controllo → Risultato → Correzione.

⸻

E di nuovo:

caso per caso.

Perché non sono innamorato di una soluzione al punto da conservarla quando la realtà dimostra che non funziona.

⸻

La politica dovrebbe fare esattamente questo:

non innamorarsi delle proprie risposte più dei problemi che quelle risposte dovrebbero risolvere.

NON VOGLIO SOSTITUIRE UN “ISMO” CON IL MIO NOME

Non voglio sostituire un sistema di appartenenze con un’altra appartenenza.

Non voglio sostituire un “ismo” con il mio nome.

Non voglio che Simone diventi misura degli altri.

Sono:

S. nella sua evoluzione.

⸻

Non voglio che qualcuno mi segua perché sono io.

Non voglio essere creduto perché parlo.

Non voglio avere ragione perché eventualmente rappresento un’istituzione.

Voglio qualcosa di più semplice:

lasciarvi verificare.

IL DISSENSO

Non pretendo che la mia volontà venga accolta.

Pretendo qualcosa di precedente e infinitamente più semplice:

che possa esistere.

Che possa manifestarsi.

Che possa essere valutata.

⸻

Poi giudicatela.

Contestatela.

Contradditela.

Respingetela, se ne esistono le ragioni.

Accoglietela, se liberamente la condividete.

⸻

Ma prima:

lasciatela essere.

E osservatela con l’onestà e la verità dei vostri occhi.

Non dei miei.

⸻

E questo principio deve valere anche al contrario.

Se pretendo che la mia voce possa esistere, devo riconoscere identica possibilità alla voce che mi contraddice.

Altrimenti non starei difendendo un principio.

Starei chiedendo un privilegio.

⸻

Il dissenso non distrugge necessariamente una squadra.

Può impedirle di sbagliare.

POTERE E LIMITE

Non ho il culto dell’uomo forte al comando.

La forza politica che riconosco è un’altra.

Avere possibilità di decidere e accettare il limite.

Assumere responsabilità e accettare il controllo.

Guidare senza possedere.

Parlare senza pretendere obbedienza.

Tacere senza scomparire.

⸻

Uno Stato non dovrebbe dipendere dall’insostituibilità di qualcuno.

Dovrebbe costruire istituzioni capaci di sopravvivere alle persone che temporaneamente le rappresentano.

⸻

È questa, per me, la differenza tra:

potere come servizio

e

potere come possesso.

DOVERE E DIRITTO

Sono stato educato severamente al dovere.

Ho dovuto imparare anche il diritto.

Adesso li tengo insieme.

⸻

Dovere e diritto.

Come ragione e sentimento.

Come tradizione e innovazione.

Come individuo e comunità.

Come natura e norma.

Come Io e Noi.

⸻

Ancora una volta:

non antagonismi necessari.

Equilibri da costruire.

⸻

Forse proprio qui classicismo, Illuminismo, preromanticismo e Romanticismo smettono, nella mia riflessione personale, di essere soltanto coordinate della storia culturale.

Diventano una domanda ancora attuale:

quanto della persona può essere misurato dall’esterno e quanto deve essere riconosciuto nella sua irriducibile individualità?

⸻

La mia risposta non pretende di essere quella degli altri.

È semplicemente la mia.

GIUSTIZIA — ONESTÀ — VERITÀ

Non slogan.

Non appartenenze.

Non “ismi”.

Principi.

Principi che devono valere anche contro di noi quando siamo noi a sbagliare.

⸻

Giustizia.

Onestà.

Verità.

Libertà.

Responsabilità.

Dignità.

⸻

Questa è la misura che scelgo per me.

Questa è la mia naturale tensione.

E questa rimane la mia convinzione:

la forza vera non si dichiara.

Si lascia percepire.

POLITICHE 2027

Una proposta politica.

Una possibile guida del Governo.

Una donna.

Un uomo.

Responsabilità differenti.

Istituzioni differenti.

Regole differenti.

⸻

Non una corona.

Non persone proprietarie delle istituzioni.

Non persone sopra gli altri.

Non incarichi distribuiti preventivamente dalla volontà di una singola persona.

Una proposta politica che, per diventare realtà istituzionale, dovrà necessariamente incontrare:

le regole dell’ordinamento.

le procedure democratiche.

le prerogative costituzionali.

il Parlamento.

gli organi competenti.

i controlli.

e soprattutto:

il libero giudizio dei cittadini.

⸻

Io resto semplicemente:

Simone.

Un essere umano.

Nulla di più.

Nulla di meno.

E proprio per questo posso assumermi la responsabilità delle mie parole.

⸻

So chi sono.

Ma proprio perché so chi sono non ho bisogno di impedire agli altri di verificare ciò che faccio.

Il pubblico è verificabile.

La funzione è controllabile.

Il potere è limitabile.

Il comportamento è giudicabile.

⸻

L’essenza personale, invece, non si occupa.

Si incontra.

E per incontrarla davvero:

bisogna meritarla.

DARE NUOVAMENTE SAPORE

E alla fine torno all’inizio.

Al Paese capovolto.

Alla domanda:

perché?

E alla domanda ancora più importante:

che cosa farne?

⸻

Non voglio semplicemente raddrizzare ciò che considero capovolto.

Voglio comprendere perché si sia capovolto.

Non voglio soltanto denunciare ciò che è stato perduto.

Voglio capire cosa meriti davvero di essere ritrovato.

⸻

Non restaurazione.

Non nostalgia.

Non omologazione.

Non cancellazione.

⸻

Radici e futuro.

Tradizione e innovazione.

Ragione e sentimento.

Identità e libertà.

Persona e comunità.

Diritti e doveri.

Potere e limite.

Merito e possibilità.

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Dal rurale al nazionale.

Dal nazionale all’internazionale.

Dalla terra alla tecnologia.

Dalla tradizione all’innovazione.

Dall’innovazione nuovamente alla persona.

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Un Paese capovolto non si raddrizza cancellandone la storia.

Si raddrizza riconoscendo ciò che merita di essere conservato.

Correggendo ciò che deve essere corretto.

Abbandonando ciò che non merita di sopravvivere.

E costruendo ciò che ancora manca.

LE TRE MATRICI

Persona → Relazione → Comunità → Principio → Regola → Norma → Ordinamento → Istituzione → Potere → Limite → Responsabilità → Controllo → Persona.

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Origine → Identità → Memoria → Tradizione → Conoscenza → Innovazione → Progetto → Futuro.

⸻

Dovere → Responsabilità → Diritto → Libertà → Limite → Reciprocità → Dignità.

⸻

Tre percorsi.

Un punto comune:

l’essere umano.

⸻

Forse è precisamente da qui che bisogna ripartire per:

dare nuovamente sapore a un Paese che ha perso il suo originario sapore.

Non il sapore artificiale della nostalgia.

Non il sapore deciso da me.

Non una copia del passato.

Il proprio sapore.

Quello capace di riconoscere da dove viene senza avere paura di scoprire dove può arrivare.

⸻

Tradizione senza immobilismo.

Innovazione senza sradicamento.

Ragione senza disumanizzazione.

Sentimento senza imposizione dell’irrazionalità.

Istituzioni senza possesso.

Potere senza culto.

Libertà con responsabilità.

Dovere senza compressione del diritto.

Diritto senza dimenticanza del dovere.

Merito con possibilità.

Giustizia senza privilegio.

Identità senza esclusione.

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Un Paese che torni a riconoscersi allo specchio.

Non nel mio specchio.

Nel proprio.

IL SILENZIO

Ho, per natura e per educazione, un self-control di antichissima memoria.

Ma ritengo finita l’era degli spettatori dei percorsi altrui.

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Io parlo quando ho qualcosa da dire.

Scrivo quando ho qualcosa da scrivere.

Per tutto il resto:

scelgo il silenzio.

Non quello imposto.

Quello scelto.

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Per il resto manterrò, per scelta, distanza e distacco.

Limiterò le interazioni all’essenziale.

Non per ostilità.

Non per indifferenza.

Ma per coerenza con ciò che sono, con ciò che ho scritto e con il silenzio che ho scelto.

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Non dispenso consigli non richiesti.

Non pretendo consigli.

Ascolto.

Valuto.

E quando ritengo di possedere gli elementi necessari:

giudico.

Assumendomene la responsabilità.

E accettando che identica libertà venga esercitata nei miei confronti.

⸻

Ho detto ciò che avevo da dire.

Ho scritto ciò che avevo da scrivere.

Ho finito qui.

⸻

Rendo pubblica la mia disponibilità a valutare proposte di candidatura alle prossime elezioni politiche, nel rispetto delle regole, delle procedure e della mia libertà di scelta.

E auspico di non essere solo.

Perché non voglio costruire spettatori.

Non voglio costruire seguaci.

Voglio, se esisteranno le condizioni, costruire:

squadra.

⸻

Un Io capace di entrare in un Noi senza perdere se stesso.

Un Noi capace di esistere senza cancellare gli Io che lo compongono.

⸻

Necessità.

Urgenza.

Giustizia.

Onestà.

Verità.

Libertà.

Responsabilità.

Dignità.

⸻

E soprattutto:

coerenza.

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La forza vera non si dichiara.

Si lascia percepire.

⸻

Per oggi ho finito qui.

Parlo se ho qualcosa da dire.

Scrivo se ho qualcosa da scrivere.

Per tutto il resto,

scelgo il silenzio.

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S.

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