🟦 S.

SEMPLICEMENTE SIMONE

LA MIA METRICA A 360°

Identità, intelligenza naturale, merito, libertà, responsabilità e rappresentanza

Vivetele come parole non scritte.

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I. L’intelligenza naturale e la perfezione del perfetto

Sono semplicemente:

Simone.

Non chiedo a nessuno di stabilire chi sono.

Nessuno può ergersi a misuratore assoluto dell’intelligenza naturale, né trasformare i propri parametri di valutazione in strumenti di subordinazione altrui.

So chi sono sin dalla nascita.

So chi sono diventato attraverso la mia naturale evoluzione.

E soprattutto conosco la differenza tra ciò che sono, ciò che dimostro e ciò che altri pretendono di rappresentare.

La mia evoluzione non necessita di autorizzazioni.

La mia libertà non è una concessione.

La mia dignità non è negoziabile.

Nella vita si può nascere con un dono oppure diventare straordinariamente bravi in qualcosa attraverso l’impegno, la disciplina e il lavoro.

In entrambi i casi, il talento non deve essere dato per scontato.

Trascurare le proprie capacità significa tradire una possibilità.

Impedire ad altri di svilupparle significa tradire un principio di civiltà.

La perfezione del perfetto, nella mia concezione, non è una pretesa di infallibilità né una licenza per umiliare.

È la piena espressione della propria natura, nella consapevolezza che ciascun essere umano possiede caratteristiche, possibilità e responsabilità differenti.

Personalmente, riconosco la mia originalità, la mia unicità e la mia autenticità.

Non chiedo di essere superiore.

Respingo il principio secondo cui qualcuno possa decidere arbitrariamente di rendermi inferiore.

E ciò che rivendico per me deve essere riconosciuto, nella medesima dignità, agli altri.

La forza vera non si dichiara. Si lascia percepire.

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II. Dalla valutazione al giudizio

Spazio.

Tempo.

Realtà.

La valutazione osserva.

Il giudizio distingue.

La responsabilità impone di motivare entrambi.

È terminato, per quanto mi riguarda, il tempo della delega incondizionata.

Non intendo più assistere passivamente alla negazione del merito, alla confusione tra rappresentazione e rappresentanza, all’attribuzione di autorità fondata esclusivamente su appartenenze, consuetudini o posizioni acquisite.

Ma il giudizio che rivendico non è una condanna preventiva delle persone.

Riguarda le condotte.

Le decisioni.

Le responsabilità.

I risultati.

Chi esercita una funzione pubblica o privata deve poter essere valutato attraverso criteri verificabili.

Chi esercita potere deve risponderne.

Chi sbaglia deve poter correggere.

Chi dimostra capacità deve poter emergere.

E chi pretende riconoscimento senza assumersi responsabilità non può considerare permanente il proprio ruolo.

Non riconosco l’autorità di chi pretende di esercitare un animus educandi senza possederne i presupposti.

L’educazione non è appropriazione.

La conoscenza non è dominio.

Il riconoscimento non è una concessione.

Non desidero sostituire una gerarchia arbitraria con un’altra.

Desidero che ogni persona possa essere valutata per ciò che concretamente è, per ciò che concretamente fa e per ciò che concretamente dimostra.

Questa è la mia concezione del passaggio dalla valutazione al giudizio.

Non vendetta.

Responsabilità.

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III. La mia origine: un’educazione che non si compra

Non vivo di bibliografie altrui.

Ma c’è chi mi riconosce con onestà e verità, semplicemente per chi sono.

Originalità.

Unicità.

Autenticità.

Non sono caratteristiche che intendo acquistare attraverso il riconoscimento di qualcuno.

Non sono titoli da esibire.

Non sono appartenenze da rivendicare.

Sono dimensioni della mia identità.

Sono figlio della mia storia.

Di un padre meraviglioso, onesto, dalla testa di cemento armato.

Di una madre che considero una grande donna.

Di un’educazione severissima nel rispetto dei doveri, ma non altrettanto orientata all’esercizio dei diritti.

Non rinnego nulla di ciò che mi ha formato.

Distinguo, però, ciò che ho ricevuto da ciò che ho dovuto conquistare.

Ho imparato che il rispetto non consiste nell’obbedienza incondizionata.

Che l’educazione non attribuisce a nessuno il diritto di appropriarsi della vita altrui.

Che nessun titolo sostituisce la sapienza.

E che nessuna posizione sociale conferisce automaticamente autorevolezza.

Ho conosciuto il significato di una parola che considero fondamentale:

Mai.

Mai rinunciare alla propria dignità.

Mai trasformare l’educazione ricevuta in una catena.

Mai consentire che il riconoscimento dei propri diritti sia subordinato alla rinuncia alla propria identità.

Mai confondere la fermezza con l’aggressività.

Mai dimenticare ciò che si è ricevuto e ciò che si ha il dovere di restituire.

Non rinnego la severità della mia educazione.

Ne riconosco il valore.

Ma riconosco anche il diritto di completarla attraverso la piena consapevolezza della mia libertà.

Perché l’educazione autentica non deve impedire a una persona di diventare se stessa.

Deve fornirle gli strumenti per riuscirci.

Con i piedi ancorati alla Terra.

E le ali libere.

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IV. La mia libertà e il diritto alla riservatezza

La mia dimensione professionale, nelle sue componenti riservate, appartiene a me.

La mia vita privata non è materia di appropriazione collettiva.

Respingo qualsiasi ingerenza indebita, aggressione o tentativo di condizionamento, indipendentemente dalla posizione di chi lo esercita.

La riservatezza è un diritto.

La libertà personale è un diritto.

L’integrità fisica è un diritto.

Non sono privilegi riservati a chi possiede potere, ricchezza o rappresentanza.

Sono diritti della persona.

E proprio perché rivendico questi principi, riconosco agli altri le medesime garanzie.

Ciascuno si occupi della propria vita, senza trasformare la propria libertà in un’invasione della libertà altrui.

Non confondo la mia disponibilità all’ascolto con l’obbligo di accettare qualsiasi interlocuzione.

Non confondo il rispetto con la rinuncia al discernimento.

Non confondo la libertà con l’assenza di responsabilità.

Scelgo chi può occupare il mio tempo.

Scelgo le relazioni che desidero coltivare.

Scelgo liberamente me stesso.

E riconosco agli altri il medesimo diritto.

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V. La Natura: cinque elementi, cinque principi

S.

Sapete benissimo chi sono , e quotidianamente ne avete la mia rappresentanza della rappresentazione.

Terra.

Acqua.

Aria.

Fuoco.

Equilibrio.

Cinque elementi attraverso i quali rappresento la mia metrica.

La Terra è il fondamento.

L’Acqua è la capacità di adattarsi senza perdere la propria identità.

L’Aria è ciò che permette di respirare, pensare e guardare oltre.

Il Fuoco è l’energia della trasformazione.

L’Equilibrio è ciò che impedisce alla forza di diventare sopraffazione.

Non equilibrismo.

Equilibrio.

A questi cinque elementi corrispondono cinque principi civili.

Verità.

Onestà.

Libertà.

Responsabilità.

Dignità.

La verità senza onestà rischia di diventare uno strumento di convenienza.

L’onestà senza libertà può ridursi a obbedienza.

La libertà senza responsabilità può trasformarsi in arbitrio.

La responsabilità senza dignità può degenerare in subordinazione.

La dignità, infine, non può essere riservata esclusivamente a coloro che condividono il nostro pensiero.

Questa è la relazione che considero indispensabile tra natura umana e convivenza civile.

Cinque elementi.

Cinque principi.

Una metrica che non pretende di sostituirsi alle leggi della natura o alle istituzioni.

Una metrica attraverso la quale interpreto la mia esistenza e il rapporto tra individuo e comunità.

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VI. Dall’Io al Noi: il riconoscimento dei miei simili

Io non sono la voce degli altri.

Non ne ho bisogno.

E gli altri non hanno bisogno della mia voce per essere liberi.

Quando parlo dei miei simili, non pretendo di rappresentarli.

Li riconosco.

Riconosco le persone che dimostrano intelligenza, integrità, capacità e merito.

Riconosco chi nasce con un dono.

Riconosco chi sviluppa le proprie capacità attraverso il sacrificio.

Riconosco chi costruisce senza pretendere di essere continuamente celebrato.

E riconosco anche il diritto di non condividere le mie idee.

La differenza non è una colpa.

Il dissenso non è una minaccia.

Il riconoscimento non deve trasformarsi in una selezione che neghi agli altri la dignità o le opportunità.

La mia squadra ideale nasce dall’incontro libero tra persone differenti, capaci di valorizzarsi reciprocamente.

Non sarà una squadra costruita intorno al mio nome.

Non tollero il personalismo.

Non desidero seguaci.

Desidero persone capaci di pensare autonomamente, assumersi responsabilità e contribuire a realizzare obiettivi condivisi.

Persone che parlino quando hanno qualcosa da dire.

Che scrivano quando hanno qualcosa da scrivere.

Che sappiano scegliere il silenzio quando non hanno nulla da aggiungere.

Persone che non abbiano bisogno di costruire un’immagine artificiale di se stesse.

Persone libere.

Il Noi non deve cancellare l’Io.

Deve permettere a ciascun Io di esprimersi senza impedire agli altri di fare altrettanto.

Non il mio Noi.

Il nostro Noi.

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VII. La rappresentanza: non proprietà, ma responsabilità

La rappresentanza è una cosa seria.

Non si presume.

Non si eredita.

Non si pretende.

Non si appropria.

Si riceve liberamente.

Chi rappresenta non diventa proprietario delle persone rappresentate.

Chi governa non diventa proprietario dello Stato.

Chi viene eletto non acquisisce una superiorità naturale.

Riceve un incarico temporaneo, disciplinato da regole e sottoposto a responsabilità.

Il Parlamento non è un palcoscenico.

La Camera non è proprietà di chi vi entra.

Il Senato non è un privilegio personale.

La Presidenza del Consiglio non è una corona.

Le istituzioni appartengono alla Repubblica.

E la Repubblica appartiene alla comunità dei cittadini.

La mia eventuale partecipazione alle elezioni politiche dovrà essere coerente con questa concezione.

Non considero una candidatura un diritto acquisito, un favore da ricevere o un riconoscimento della mia identità personale.

Valuterò esclusivamente percorsi compatibili con i miei principi, con la mia libertà e con le responsabilità che sarò disposto ad assumere.

Non cerco un posto più alto.

Cerco, eventualmente, il luogo istituzionale nel quale esercitare una funzione utile.

Non intendo confondere il riconoscimento personale con il mandato democratico.

La mia identità appartiene a me.

La rappresentanza appartiene a chi decide liberamente di conferirla.

E chi la riceve ha il dovere di esercitarla nell’interesse generale, nel rispetto delle istituzioni e delle garanzie costituzionali.

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VIII. Il metodo: problemi diversi, soluzioni diverse

Caso X Caso.

Questa è la sintesi del mio metodo.

Non esiste una soluzione universale applicabile indistintamente a qualsiasi problema.

Non esiste una comunità identica a un’altra.

Non esiste una persona riducibile integralmente a una categoria.

Dal rurale all’urbano.

Dal locale al nazionale.

Dal nazionale all’internazionale.

Ogni contesto richiede conoscenza.

Ogni problema richiede analisi.

Ogni decisione richiede responsabilità.

Ogni intervento richiede una successiva verifica.

La pianificazione deve essere accompagnata dalla capacità di correggere gli errori.

La programmazione deve tradursi in risultati.

L’efficienza non può essere separata dall’efficacia.

E nessuna delle due può essere perseguita sacrificando arbitrariamente i diritti fondamentali.

Non intendo offrire soluzioni artificialmente semplici a problemi complessi.

Intendo affermare un principio:

la politica deve tornare a distinguere ciò che promette da ciò che realizza.

Dall’analisi al progetto.

Dal progetto alla programmazione.

Dalla programmazione all’attuazione.

Dall’attuazione alla verifica.

E dalla verifica, quando necessario, alla correzione.

La responsabilità non termina quando viene assunta una decisione.

Comincia proprio in quel momento.

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IX. Il merito e il diritto di realizzare se stessi

Nessuno deve conoscere qualcuno per diventare qualcuno.

Il merito non è un’etichetta.

Non è un titolo autoattribuito.

Non è un’appartenenza.

È una dimensione che deve potersi manifestare attraverso opportunità effettive, capacità, impegno, comportamento e risultati.

Lo Stato deve garantire le condizioni affinché il talento non venga soffocato dall’origine familiare, economica, sociale o geografica.

Il diritto allo studio.

Il diritto alla salute.

La libertà di lavorare.

La possibilità di intraprendere.

La possibilità di fallire e ricominciare.

La possibilità di emergere.

Non significa promettere a tutti il medesimo risultato.

Significa impedire che il punto di partenza diventi una condanna.

E significa riconoscere che il merito individuale e la solidarietà collettiva non sono necessariamente antagonisti.

Una società che valorizza il talento deve anche proteggere chi attraversa una condizione di difficoltà.

Perché la dignità non dipende dal successo.

Il merito non deve diventare un nuovo privilegio.

Deve essere il risultato di condizioni nelle quali ciascuno possa dimostrare le proprie capacità senza ostacoli arbitrari.

Chi nasce con un dono deve poterlo sviluppare.

Chi costruisce le proprie competenze attraverso il lavoro deve poter essere riconosciuto.

Chi incontra difficoltà deve poter trovare strumenti per superarle.

Questa è la differenza tra una società che seleziona attraverso le appartenenze e una società che riconosce attraverso le opportunità e i risultati.

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X. La ricostruzione delle istituzioni

Prima di immaginare nuove strutture, occorre comprendere le origini e le funzioni di quelle esistenti.

Le istituzioni non nascono per celebrare chi le occupa.

Nascono per organizzare la convivenza, disciplinare l’esercizio del potere, tutelare i diritti e assicurare la continuità della comunità politica.

Una Repubblica non può dipendere esclusivamente dalla qualità di una singola persona.

Deve possedere istituzioni capaci di funzionare anche quando cambiano le persone.

Per questo considero indispensabili la separazione dei poteri, la trasparenza, il controllo democratico e la responsabilità di chi esercita funzioni pubbliche.

L’autorevolezza istituzionale non si ottiene moltiplicando le dichiarazioni.

Si costruisce attraverso la coerenza tra competenze, decisioni e risultati.

Non intendo sostituire un sistema di appartenenze con un altro sistema di appartenenze.

Intendo contribuire a superare la necessità stessa di appartenere a qualcuno per esercitare pienamente i propri diritti.

Le istituzioni devono essere sufficientemente forti da garantire continuità e sufficientemente limitate da non trasformare il potere in dominio.

Uno Stato forte nella tutela dei diritti.

Saggio nell’esercizio delle proprie competenze.

Responsabile nell’impiego delle risorse.

Capace di riconoscere la libertà della persona come fondamento della propria legittimità.

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XI. Il giudizio e il limite del potere

Non confondo la valutazione con il pregiudizio.

Non confondo il giudizio con la condanna.

Non confondo la responsabilità con l’umiliazione.

Ritengo che chi esercita rappresentanza debba accettare una valutazione particolarmente rigorosa delle proprie decisioni.

Le responsabilità devono essere accertate.

Le condotte devono essere documentate.

Le conseguenze devono essere proporzionate.

Nessuno deve essere considerato intoccabile.

Nessuno deve essere privato delle proprie garanzie.

L’irrilevanza dell’irrilevanza, nella mia concezione, non è un programma di esclusione delle persone.

È il progressivo superamento di comportamenti, sistemi e pratiche che non producono valore per la collettività.

Non intendo decidere arbitrariamente chi debba essere ascoltato.

Intendo contribuire a creare condizioni nelle quali la competenza possa essere riconosciuta e l’inconsistenza delle condotte possa emergere attraverso verifiche trasparenti.

Il giudizio pubblico deve essere rigoroso.

Ma non deve mai diventare persecuzione.

Il potere deve conoscere il proprio limite.

La libertà deve conoscere la propria responsabilità.

La giustizia deve garantire a tutti le medesime tutele.

Perché una società che sostituisce l’arbitrio di alcuni con l’arbitrio di altri non ha realizzato alcuna autentica trasformazione.

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XII. La politica come dimensione della vita

La politica non comincia e non termina nei palazzi istituzionali.

Attraversa la vita.

Il lavoro.

La famiglia.

La scuola.

La salute.

La ricerca.

L’economia.

La giustizia.

La tecnologia.

La tutela della natura.

Le relazioni tra uomini e donne.

Le relazioni tra generazioni.

Il rapporto tra il singolo e la comunità.

Una politica che ignora la vita quotidiana diventa rappresentazione.

Una politica che pretende di disciplinare ogni aspetto della vita privata diventa invasione.

Il compito delle istituzioni è trovare il limite corretto.

Massima libertà possibile.

Massima responsabilità necessaria.

Una Nazione deve offrire ai cittadini gli strumenti per costruire la propria esistenza, non pretendere di sostituirsi permanentemente alle loro scelte.

Il progresso non si misura soltanto attraverso gli indicatori economici.

Si misura anche attraverso la possibilità concreta di vivere dignitosamente.

La politica deve riconoscere che le persone non sono numeri.

Che il lavoro non è soltanto una statistica.

Che la salute non è soltanto una voce di bilancio.

Che l’educazione non è soltanto un percorso formativo.

Che la giustizia non è soltanto un apparato.

Sono dimensioni fondamentali della vita umana.

E devono essere considerate nella loro interdipendenza.

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XIII. La ricostruzione di un Paese che ha perso il proprio sapore

Non desidero un Paese che viva esclusivamente della nostalgia.

Desidero un Paese capace di riconoscere le proprie origini e trasformarle in futuro.

Un Paese nel quale la cultura non sia ornamentale.

Nel quale l’educazione non sia addestramento.

Nel quale la conoscenza permetta di dubitare, verificare, argomentare e cambiare idea.

Un Paese nel quale la scienza e l’intelligenza artificiale siano strumenti al servizio delle persone, senza diventare alibi per sottrarsi alle responsabilità umane.

Un Paese nel quale il lavoro sia rispettato.

Nel quale la giustizia sia accessibile.

Nel quale la salute sia tutelata.

Nel quale la libertà di iniziativa possa convivere con la responsabilità sociale.

Nel quale il territorio rurale non sia considerato una periferia da dimenticare.

Nel quale il futuro delle nuove generazioni non sia sacrificato alle convenienze del presente.

Dare nuovamente sapore a un Paese significa restituirgli la capacità di riconoscere ciò che possiede, correggere ciò che non funziona e costruire ciò che ancora manca.

Significa riconoscere il valore delle comunità locali senza rinunciare alla dimensione nazionale.

Riconoscere la propria identità nazionale senza rinunciare alla cooperazione internazionale.

Riconoscere la storia senza diventarne prigionieri.

Non riprodurre artificialmente il passato.

Restituire significato al futuro.

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XIV. Il tempo della scelta

Dove siamo?

Dove siete?

Dove stiamo andando?

Sono tre domande alle quali non intendo rispondere al posto degli altri.

Non voglio essere seguito perché sono Simone.

Non voglio che qualcuno rinunci al proprio pensiero per condividere il mio.

Non voglio sostituire la libertà individuale con una nuova forma di appartenenza.

Voglio che ogni persona possa riconoscere la propria responsabilità nella costruzione della vita che desidera.

Io ho scelto.

Scelgo me stesso.

Scelgo la libertà.

Scelgo di riconoscere il merito.

Scelgo di rispettare il dissenso.

Scelgo di non trasformare le mie capacità in un pretesto per negare quelle altrui.

E scelgo di giudicare le condotte senza pretendere di possedere la verità assoluta sulle persone.

Non rinuncio alla fermezza.

Non rinuncio al discernimento.

Non rinuncio alla possibilità di esercitare una responsabilità pubblica.

Ma non confondo la mia identità con un mandato che soltanto i cittadini possono conferire.

La scelta individuale precede la costruzione collettiva.

Una comunità libera non può nascere dalla rinuncia dei suoi componenti alla propria autonomia.

Deve nascere dalla capacità di persone libere di riconoscere responsabilità condivise.

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XV. La conclusione: semplicemente Simone

Io non sono la voce degli altri.

Sono responsabile della mia.

Non sono proprietario del Noi.

Posso contribuire a costruirlo.

Non ho bisogno di proclamare continuamente la mia forza.

La forza vera non si dichiara.

Si lascia percepire.

Attraverso le scelte.

Attraverso le azioni.

Attraverso la capacità di assumersi responsabilità.

Attraverso il coraggio di riconoscere i propri errori.

Attraverso la fermezza nel difendere i propri diritti senza negare quelli altrui.

La mia identità non è una candidatura.

La mia intelligenza non è un titolo istituzionale.

La mia natura non è un programma di governo.

Ma la mia identità, le mie capacità e la mia esperienza possono contribuire alla formulazione di una proposta politica.

E quella proposta, per diventare rappresentanza, dovrà essere liberamente valutata e scelta.

Non pretendo che scegliate me.

Vi invito a scegliere voi stessi.

A distinguere la verità dalla falsificazione.

Il merito dal privilegio.

La rappresentanza dalla rappresentazione.

La responsabilità dall’obbedienza.

La libertà dall’arbitrio.

Perché le persone perbene meritano una società nella quale non sia necessario chiedere il permesso di esistere, pensare, lavorare, creare ed emergere.

Meritano opportunità.

Meritano giustizia.

Meritano il riconoscimento dei propri diritti.

E meritano istituzioni che non pretendano di possedere le loro vite.

Terra.

Acqua.

Aria.

Fuoco.

Equilibrio.

Verità.

Onestà.

Libertà.

Responsabilità.

Dignità.

Riconoscimento.

Spazio.

Tempo.

Realtà.

Non un uomo al centro.

Non una donna al centro.

Non un simbolo al centro.

La persona, la comunità e la Repubblica.

E soprattutto, una consapevolezza:

nessuna autentica ricostruzione collettiva può cominciare dalla negazione della libertà individuale.

Io ho scelto liberamente me stesso.

Voi scegliete liberamente voi stessi.

E quando le nostre scelte saranno compatibili, potremo costruire insieme.

Non un sogno artificiale.

Un progetto reale.

Non una moltitudine di spettatori.

Persone responsabili.

Non un’appartenenza obbligatoria.

Una comunità liberamente costituita.

Non il mio Noi.

Il nostro Noi.

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Non vivo di bibliografie altrui.

Non costruisco la mia identità attraverso ciò che altri dichiarano di essere.

Ma riconosco chi, con onestà e verità, sa distinguere l’originalità dall’imitazione, l’unicità dalla rappresentazione e l’autenticità dall’apparenza.

Non chiedo a nessuno di rinunciare alla propria natura.

E non accetto che qualcuno pretenda di appropriarsi della mia.

Perché le persone perbene non devono vivere delle falsificazioni altrui.

Meritano la verità.

Meritano il riconoscimento.

Meritano la libertà di realizzare ciò che sono.

E meritano una società nella quale la dignità non sia un premio da conquistare, ma un principio da rispettare.

Scelgo liberamente me stesso.

E vi invito a scegliere liberamente voi stessi.

S.

Semplicemente Simone.

La mia metrica a 360°.

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