Sono semplicemente:

Simone.

Scelgo liberamente me stesso.

E difendo anche la mia “selezione naturale” nella scelta dei miei simili.

Che sono e diverranno “squadra” , la mia squadra ideale , dei sogni reali non artificiali , dell’Intelligenza naturale e non artificiale.

E non sarà a mio nome , non tollero e combatto i personalissimi.

Sarà la ricostruzione di un Noi, ahimè dei pochissimi che la natura riconosce ed evidenzia nella sua “silenziosa” bellezza.

Che non sono: gli altri.

Bene. Bene. Bene.

S.

Semplicemente la mia:

metrica a 360.

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Io non sono la voce degli altri.

Non ne ho bisogno.

E gli altri non hanno bisogno della mia voce per essere liberi.

Quando parlo dei miei simili non li rappresento.

Li riconosco.

Li riconosco meritevoli di tutela nel libero, rispettoso e responsabile esercizio del pensiero, della parola, della scelta e della vita.

La rappresentanza è un’altra cosa.

Non si presume.

Non si appropria.

Non si eredita.

Non si pretende.

Si riceve liberamente.

E quando viene liberamente affidata, comporta una responsabilità infinitamente superiore al privilegio che qualcuno potrebbe immaginare di ricavarne.

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Io non cerco una candidatura.

Non la reclamo come privilegio.

Non la considero una concessione.

Se arriverà una proposta, un’offerta, una chiamata alla responsabilità — di qualsivoglia natura — sarà valutata per ciò che realmente rappresenta.

Senza coercizione.

Senza bisogno.

Senza appartenenza preventiva.

La Natura non supplica ciò che deve manifestarsi.

Accade.

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Terra.

Acqua.

Aria.

Fuoco.

Equilibrio.

Cinque elementi.

Non ornamento.

Non slogan.

Non artificio.

La mia metrica.

Da sempre.

La Terra ricorda dove poggiano i piedi.

L’Acqua insegna che adattarsi non significa perdere la propria natura.

L’Aria ricorda che ciò che non si vede può essere indispensabile.

Il Fuoco distingue la trasformazione dalla distruzione.

L’Equilibrio impedisce alla forza di trasformarsi in abuso.

Non equilibrismo.

Equilibrio.

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E alla mia eventuale rappresentanza istituzionale dovrà necessariamente corrispondere un’altra rappresentanza:

quella delle persone.

Persone libere.

Non spettatori.

Non seguaci.

Non adoratori.

Non ripetitori.

Persone.

Che parleranno quando avranno qualcosa da dire.

Scriveranno quando avranno qualcosa da scrivere.

Taceranno quando non avranno nulla da aggiungere.

E vivranno, per quanto possibile, come meglio riterranno.

A 360 gradi.

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Perché una società non può vivere nell’esasperazione cronica della negazione del diritto a essere riconosciuti nella propria perfezione, nella perfezione del perfetto.

Ma non può vivere neppure nell’esasperazione opposta:

quella del diritto separato da qualsiasi responsabilità.

Il riconoscimento della persona non è un privilegio concesso dall’alto.

È il presupposto minimo della dignità.

Riconoscere non significa idolatrare.

Significa vedere.

Distinguere.

Valutare.

Dare a ciascuno la possibilità di essere considerato per ciò che è, per ciò che fa e per ciò che dimostra.

La perfezione del perfetto non è una formula di superiorità.

È il riconoscimento di una compiutezza che non autorizza l’umiliazione dell’altro e non può essere negata per conformismo, pregiudizio o convenienza.

Nessuno dovrebbe essere costretto a vivere nell’esasperazione cronica della propria negazione.

Nessuno dovrebbe essere obbligato a dimostrare continuamente di meritare il diritto di esistere, pensare, parlare, lavorare, creare ed emergere.

Diritti.

E doveri.

Non gli uni contro gli altri.

Gli uni condizione civile degli altri.

Massima libertà possibile.

Massima responsabilità necessaria.

E poi tre domande.

Semplicissime.

Dove siamo?

Dove siete?

Dove stiamo andando?

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Mi considero un altruista.

E proprio per questo non confondo l’altruismo con la compiacenza.

Aiutare non significa assecondare.

Rispettare non significa approvare.

Ascoltare non significa obbedire.

Comprendere non significa rinunciare al discernimento.

Il sano intelletto non ha bisogno di essere imposto:

deve essere praticato.

Perché nel momento stesso in cui pretendesse di imporsi con la forza cesserebbe di essere ciò che afferma di rappresentare.

La Natura non necessita di proclamarsi perfetta.

Funziona.

E ciò che funziona non domanda applausi.

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Quanto a me, il problema non si pone.

Non temo l’avvicinarsi.

Non temo la parola.

Non temo il giudizio.

Semplicemente:

scelgo.

Scelgo chi può occupare il mio tempo.

Chi merita il mio ascolto.

Chi possiede i presupposti per un’interlocuzione.

E quando quei presupposti non esistono, non occorre alcuna umiliazione.

Basta lasciare che ciascuno si manifesti.

Ci sono condotte che si ridimensionano da sole.

Parole che rivelano autonomamente la propria inconsistenza.

Presenze che, pretendendo di imporsi, rendono evidente da sole la propria irrilevanza.

Io osservo.

Non inseguo.

Non appartengo.

Non chiedo riconoscimento.

Non cerco conferme.

Non necessito di maggioranze per sapere chi sono.

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Spazio.

Tempo.

Realtà.

Alla fine rimane ciò che resiste a tutti e tre.

Il resto passa.

Io non devo proclamare la differenza.

Se esiste:

emerge.

Non devo attribuirmi un posto.

Il posto si misura attraverso ciò che concretamente si è, ciò che concretamente si fa e ciò che rimane dopo il passaggio.

Non devo spiegare ogni simbolo.

Significati.

Significanti.

Alcuni hanno bisogno di infinite spiegazioni perché non possiedono più sostanza.

Altri possono permettersi una lettera.

S.

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Con i piedi ancorati alla Terra.

E le ali libere.

Perché il tempo del tarpare le ali — di antica e attuale memoria — deve appartenere al passato.

Ma libertà non significa sostituire una costrizione con un’altra.

Significa rendere ciascuno responsabile della propria scelta.

I meritevoli non hanno bisogno che qualcuno impedisca agli altri di guardarli.

Hanno bisogno di una società nella quale nessuno possa impedire loro di esistere, pensare, costruire, lavorare, creare ed emergere.

Quanto a chi sceglierà l’inconsistenza:

non sarò io a condannarlo all’irrilevanza.

Sarà il tempo a stabilire quanto pesano le sue azioni.

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La delega incondizionata è conclusa.

Per ciò che riguarda personalmente me:

me ne occuperò personalmente.

Per ciò che riguarda gli altri:

nessuna appropriazione.

Nessuna rappresentazione artificiale.

Soltanto rappresentanza liberamente conferita, qualora qualcuno scelga di affidarla.

Ed eventualmente la responsabilità di esercitarla nell’interesse di chi quella fiducia avrà concesso.

Non proprietario.

Temporaneamente responsabile.

È una differenza enorme.

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E soprattutto:

nessun culto del sé.

Sarebbe la negazione di tutto.

L’Io può assumersi una responsabilità.

Ma una società non può terminare nell’Io.

Deve cominciare il Noi.

Un Noi che non cancelli l’individuo.

Un Noi che non chieda obbedienza.

Un Noi che non abbia bisogno di fedeltà personale.

Un Noi nel quale ciascuno sia posto davanti alla scelta fondamentale:

non scegliere me.

Scegliere se stesso.

E assumersene la responsabilità.

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Dal singolo alla comunità.

Dal rurale all’urbano.

Dal locale al nazionale.

Dal nazionale all’internazionale.

Interessi soggettivi.

Interessi oggettivi.

Interessi individuali.

Interessi collettivi.

Interessi condivisi.

Non necessariamente identici.

Ma necessariamente capaci di convivere entro un limite:

la dignità dell’altro.

Questa sarebbe rappresentanza.

Non rappresentazione.

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Non prometto uniformità.

Non la desidero.

Non prometto assenza di conflitto.

Sarebbe innaturale.

Non prometto che tutti penseranno nello stesso modo.

Sarebbe persino contrario al principio da cui parto.

Il punto è un altro.

Costruire condizioni nelle quali persone differenti possano essere pienamente differenti senza trasformare la differenza in aggressione.

Essere liberi senza diventare irresponsabili.

Avere diritti senza dimenticare i doveri.

Possedere forza senza abusarne.

Ricevere rappresentanza senza trasformarla in dominio.

Esercitare potere senza diventarne proprietari.

Riconoscere la perfezione del perfetto senza trasformarla in una gerarchia assoluta.

E riconoscere l’imperfezione senza usarla come pretesto per negare dignità, ascolto o possibilità.

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Non vi dirò da che parte stare.

Sarebbe troppo semplice.

E soprattutto sarebbe contrario a ciò che penso.

La domanda è più difficile:

da quale parte di voi stessi avete deciso di stare?

Quella che pensa?

O quella che ripete?

Quella che costruisce?

O quella che contempla?

Quella che assume responsabilità?

O quella che la delega permanentemente?

Quella che riconosce?

O quella che nega?

Non rispondete a me.

Rispondete a voi stessi.

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Io ho già scelto la mia metrica.

Terra.

Acqua.

Aria.

Fuoco.

Equilibrio.

Verità.

Onestà.

Libertà.

Responsabilità.

Dignità.

Riconoscimento.

Perfezione del perfetto.

Spazio.

Tempo.

Realtà.

Non occorre aggiungere altro.

Sono semplicemente:

Simone.

S.

Semplicemente la mia:

metrica a 360.

Scelgo liberamente me stesso.

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