DALL’ANALISI AL PROGETTO

Principi e metodo per l’architettura del Sistema-Paese

S.

 

La storia dell’umanità va riletta e ricostruita con i parametri della verità e dell’onestà.

Riconoscersi allo specchio.

Io da sempre mi riconosco.

So benissimo chi sono, nella mia evoluzione e manifestazione.

Di cui, qui, siete pienamente consapevoli delle motivazioni e ragioni.

Valutatevi o meglio Giudicatevi.

 

Molto del mio silenzio interiore è qui.

Non tutto.

Quanto basta per trasformare il silenzio in pensiero, il pensiero in progetto e il progetto in responsabilità.

Dai problemi alle soluzioni: la mia metrica personalissima senza bibliografie e pensieri altrui.

Vivetele come parole non scritte.

Spontaneamente mi sminuisco: sono un essere umano.

Malgrado io sappia e voi sappiate benissimo, senza margine di errore, o meglio 0 tendente all’infinito.

Constatato il problema, vi è:

A) IL METODO

Prima di entrare nel merito, dichiaro il criterio.

Non per condizionare il giudizio di chi legge.

Non per sottrarre il progetto al contraddittorio.

Ma perché un metodo politico serio deve essere riconoscibile prima ancora di essere condiviso.

Deve rendere visibili:

·         i presupposti

·         i fatti

·         gli obiettivi

·         i vincoli

·         le alternative

·         le risorse

·         le responsabilità

·         i tempi

·         gli indicatori

·         le conseguenze

i risultati.

Un progetto politico non chiede adesione preventiva.

Si espone alla verifica.

Governare significa trasformare conoscenza, decisione e responsabilità in risultati.

Per questo il metodo è:

FATTO

→ PROVA

→ ANALISI

→ TESI

→ ANTITESI

→ VERIFICA

→ VALUTAZIONE

→ GIUDIZIO

→ PROGETTO

E dal progetto:

OBIETTIVO

→ VINCOLI

→ ALTERNATIVE

→ RISORSE

→ RESPONSABILITÀ

→ TEMPI

→ ATTUAZIONE

→ MISURAZIONE

→ IMPATTO

→ CORREZIONE

→ RISULTATO

La correzione non è esitazione.

È governo della realtà.

Può altresì rappresentare “inerzia” per convenienza, ma agli occhi dei sapienti diviene “intenzionalità dell’intenzione” nella negazione della realtà fattuale.

E lì ne consegue: il collocamento nell’indifferenza e irrilevanza dei pensieri, delle azioni o delle reazioni fino all’invisibilità e irrilevanza sociale, economica, culturale, civile e politica.

E da ultimo etica e morale.

Una decisione viene mantenuta finché i fatti ne confermano la funzione.

Viene modificata quando emergono elementi migliori.

Viene sostituita quando una soluzione più efficace dimostra di poter produrre un risultato superiore.

Non si modifica la realtà per proteggere una tesi.

Si modifica la tesi quando la realtà lo richiede.

Questo è rigore.

FATTO E RAPPRESENTAZIONE

Il fatto non coincide con il racconto del fatto.

L’opinione non coincide con la prova.

La reiterazione non dimostra automaticamente la verità.

La coincidenza non dimostra automaticamente causalità.

La diffusione di una convinzione non ne determina la fondatezza.

La patetica disinformazione diviene patetica rappresentazione di indegnità.

Il consenso non sostituisce la verifica.

Il dissenso non costituisce, di per sé, confutazione.

Ma quando ha alla base la negazione della realtà fattuale in un arco spazio temporale abnorme, dalla valutazione si passa al giudizio universalmente condiviso dei dotati di meritevolezza.

Semplice: meritevolezza di esistere, esserci e costruire il presente e il futuro come desiderano e meritano, mantenendo ciò che di tradizionale rappresenta un bagaglio di sana costruzione  mentale, che sa di “natura spontanea”.

Constatato che l’irrazionale è divenuto irreversibilmente razionale, e che il razionalismo non rappresenta la mia configurazione ab origine, poiché appartenete a bibliografie altrui.

Mi avvolgo del semplice orgoglioso “ottimismo” che di questi tempi come in passato sa di eccezionalità dell’eccezione.

Ma sono fiducioso.

In cosa?

In me stesso e in chi riconosco “squadra”  ahimè vicina e lontana: da sempre per sempre.

Ma tengo a precisare che sono sardo della Sardegna e italiano dell’Italia, con conseguenti “diritti” e “doveri”.

Il resto lavorativamente e sul piano originario educativo esula dalle vostre competenze.

E consiglio vivamente di archiviare definitivamente ulteriori disdicevoli e aggressive ingerenze.

Ma veniamo al punto.

Prima il fatto.

Poi la prova.

Poi l’interpretazione.

Poi il giudizio.

Invertire questa sequenza significa cercare nei fatti la conferma di una conclusione già scelta.

Non è il mio metodo.

TESI E ANTITESI

Una tesi deve essere sottoposta all’antitesi più solida disponibile.

Non alla più comoda.

Non a quella costruita per essere facilmente superata.

L’antitesi non è un nemico.

È uno strumento di selezione.

Costringe il progetto a dimostrare la propria tenuta prima di incontrare la realtà dell’attuazione.

Se una soluzione supera il confronto con alternative migliori, acquista forza.

Se un’alternativa produce risultati superiori, deve essere considerata.

Non perché tutte le idee siano equivalenti.

Precisamente perché non lo sono.

L’imparzialità non consiste nel considerare tutte le posizioni uguali.

Consiste nel sottoporle alla stessa misura e paritetici potenziali sviluppi.

Per un semplice “orientarsi” e “orientare” al bene comune.

DALLA VALUTAZIONE AL GIUDIZIO

L’analisi ha una funzione.

Non può diventare un rifugio permanente dalla decisione.

Non può essere la risultanza ultima di un processo procedimentale di qualsivoglia natura, poiché ai miei occhi parrebbe: sterilità.

Arriva un momento nel quale occorre giudicare.

Giudicare, qui, significa distinguere, partendo dal concetto di “normalità” o “anormalità”, fino all’evidente anormalità priva di soggettività di giudizio: accertamento oggettivo.

 

·         ciò che funziona da ciò che non funziona

·         ciò che è plausibile da ciò che non lo è

·         ciò che genera valore da ciò che consuma prevalentemente risorse

·         ciò che amplia possibilità da ciò che le restringe

·         ciò che produce autonomia da ciò che consolida dipendenza

·         ciò che deve essere conservato da ciò che deve essere migliorato

ciò che può essere corretto da ciò che deve essere riprogettato.

Il giudizio apre il progetto.

Il progetto apre la responsabilità.

La responsabilità apre la verifica.

IL LIMITE DELLA METAFORA

Utilizzerò alcune metafore.

Proprio dello strumento di cui ravviso un abuso.

Perché?

Perché non sono riuscito a spiegarmi o meglio non avete “cronicamente” capito.

 

Traete le conseguenze, artefici del vostro destino: a voi la libera scelta del vostro destino ultimo.

Poiché il “vade retro” di religiosa memoria, non penso vi convenga, vivetelo come un consiglio e un suggerimento, come quelli che non potete darmi.

S.

Io posso darveli e voi semplicemente no.

______________________________________

Geometria.

Ingegneria.

Architettura.

Regia.

Rifinitura.

La metafora può rendere visibile una relazione.

Non può dimostrarla.

Può facilitare la comprensione.

Non può sostituire la prova.

Può rappresentare una struttura.

Non può certificare che quella struttura funzioni.

Perciò:

la metafora appartiene alla rappresentazione.

La prova appartiene alla realtà.

La metafora termina quando comincia la decisione pubblica.

Da quel momento devono esistere risposte precise.

Qual è il problema?

Qual è la sua dimensione?

Quali sono le cause?

Qual è l’obiettivo?

Quali alternative esistono?

Quali vincoli?

Quale costo?

Quale copertura?

Quale costo-opportunità?

Quale livello istituzionale possiede la competenza?

Chi decide?

Chi attua?

Chi risponde?

Entro quando?

Quali rischi?

Quali conseguenze dirette?

Quali conseguenze indirette?

Quali effetti di secondo e terzo ordine?

Quali indicatori?

Quale risultato atteso?

Quale criterio determinerà l’eventuale correzione?

Quando queste domande iniziano,

la retorica deve terminare.

B) DAL GIUDIZIO AL PROGETTO

LE COORDINATE POLITICHE

Senza un ordine predefinito, qualora vi fosse, sarebbe prevalente il mio mancino puro che osserva e valuta e giudica da qualsivoglia prospettiva con imparzialità e neutralità.

 

Destra.

Sinistra.

Centrodestra.

Centrosinistra.

Sono coordinate della storia politica.

Hanno espresso valori, interessi, conflitti e differenti concezioni della società.

Continuano ad avere significato.

Ma una coordinata politica non costituisce, da sola, un progetto di governo.

·         Quando l’appartenenza precede sistematicamente l’analisi

·         quando una proposta viene accolta o respinta principalmente in base alla sua provenienza

·         quando la comunicazione prevale sulla sostanza

·         quando il consenso immediato diventa più importante delle conseguenze

la politica può riuscire a rappresentare una posizione senza riuscire a governare adeguatamente la realtà.

O nella peggiore delle ipotesi negare le evidenze della natura e delle dinamiche del genere umano.

Non cerco una collocazione preventiva.

Il sistema è già stato sottoposto ad analisi.

Ora il compito è progettarne l’evoluzione.

Ciò che funziona va preservato.

Ciò che può funzionare meglio va migliorato.

Ciò che non assolve più alla propria funzione va riprogettato.

Funzione per funzione.

Relazione per relazione.

Risorsa per risorsa.

Responsabilità per responsabilità.

NON POLITICA DI RIFLESSO

Essere contrari perché l’altro è favorevole non costituisce autonomia.

Essere favorevoli perché l’altro è contrario non costituisce autonomia.

Costruire la propria identità esclusivamente attraverso la negazione dell’avversario significa continuare a dipendere dall’avversario.

La sequenza deve essere:

PROBLEMA

→ FATTI

→ ALTERNATIVE

→ CONSEGUENZE

→ SCELTA

Non:

AVVERSARIO

→ POSIZIONE DELL’AVVERSARIO

→ POSIZIONE CONTRARIA

Questo non elimina il conflitto politico.

Lo rende sostanziale.

E da sostanziale diviene costrutto formale della sostanza.

AUTONOMIA DI GIUDIZIO

Una proposta non diventa corretta perché proviene da destra.

Non diventa errata perché proviene da sinistra.

Non acquista valore perché viene definita moderata.

Non perde valore perché rompe uno schema precedente.

Le domande sono altre.

Funziona?

Cosa non ha funzionato in passato

Cosa ha funzionato in passato

Cosa non ha funzionato nel presente

Cosa ha funzionato nel presente

La visione del futuro è, banalmente, per frase presa: delle future generazioni.

Sono per la selezione naturale a favore dei buoni e onesti d’animo.

Ahimè rarissimi/e.

Ne consegue la riduzione ai minimi termini delle mie interazioni con i singoli e le rappresentanze collettive o collegiali.

Scelgo chi è degno della mia voce, figuriamoci d’altro.

Tutto ciò premesso:

 

Quale problema risolve?

Con quali strumenti?

Quanto costa?

Da dove provengono le risorse?

Chi ne sostiene il costo?

Chi ne riceve il beneficio?

Quali conseguenze produce?

Quali effetti indiretti genera?

Quanto dura?

È amministrativamente realizzabile?

È sostenibile?

È misurabile?

Può essere corretta?

Amplia concretamente le possibilità?

Rispetta libertà, responsabilità e dignità?

Non tutte le risposte avranno lo stesso valore.

Ed è precisamente per questo che devono essere sottoposte allo stesso metodo.

C) GEOMETRIA DELLE RELAZIONI

La politica non è costituita soltanto da problemi, istituzioni e risorse.

È costituita da persone.

Da interessi.

Da paure.

Da aspettative.

Da identità.

Da responsabilità.

Da rapporti di fiducia.

Da rapporti di forza.

Un progetto può essere tecnicamente corretto e politicamente incapace di diventare realtà.

Per governare non basta sapere che cosa fare.

Occorre comprendere anche:

·         chi deve farlo

·         chi può sostenerlo

·         chi può impedirlo

·         chi ne sostiene il costo

·         chi ne riceve il beneficio

·         chi teme di perdere qualcosa

·         chi possiede una leva necessaria

·         chi dispone di un diritto di veto

·         chi deve essere ascoltato

·         chi deve essere coinvolto

·         chi deve essere convinto

chi deve essere rispettato anche quando resterà contrario.

Questa è geometria politica.

Non soltanto punti e distanze.

Relazioni fra capacità differenti.

POSIZIONE E INTERESSE

In una relazione politica esistono almeno due livelli.

La posizione dichiarata.

E l’interesse che quella posizione tenta di proteggere.

Due soggetti possono esprimere posizioni incompatibili e possedere interessi parzialmente conciliabili.

Possono anche esprimere parole simili e difendere interessi profondamente differenti.

Perciò negoziare seriamente significa domandarsi:

Che cosa chiede l’interlocutore?

Perché lo chiede?

Che cosa vuole proteggere?

Che cosa teme?

Che cosa non può concedere?

Che cosa può concedere?

Che cosa può ottenere soltanto attraverso di noi?

Che cosa possiamo ottenere soltanto attraverso di lui?

Quale parte del conflitto riguarda il principio?

Quale riguarda lo strumento?

Quale riguarda la distribuzione del costo?

Quale riguarda il riconoscimento?

Comprendere l’interesse dell’altro non significa condividerlo.

Significa conoscere la realtà nella quale si deve decidere.

ASCOLTO

Ascoltare non significa delegare all’altro il proprio giudizio.

Significa acquisire informazione.

Comprendere vincoli.

Individuare interessi.

Riconoscere elementi che la propria posizione iniziale potrebbe non avere considerato.

Un interlocutore non viene ascoltato perché ha necessariamente ragione.

Viene ascoltato perché una decisione che non conosce la realtà sulla quale interviene nasce già incompleta.

Per questo:

ASCOLTO

→ COMPRENSIONE

→ DISTINZIONE TRA POSIZIONE E INTERESSE

→ VERIFICA

→ GIUDIZIO

L’ascolto precede la decisione.

Non la sostituisce.

FIDUCIA

La fiducia non può essere pretesa.

Si costruisce.

Coerenza tra parola e comportamento.

Impegni mantenuti.

Prevedibilità delle regole.

Rispetto dell’interlocutore.

Riservatezza quando necessaria.

Trasparenza quando dovuta.

Responsabilità quando qualcosa non funziona.

Una relazione politica non deve essere fondata sulla simpatia.

Può essere fondata sull’affidabilità.

Posso non condividere la tua posizione.

Posso essere tuo avversario.

Posso oppormi alla tua proposta.

Ma devo poter sapere che l’accordo sottoscritto verrà rispettato finché le condizioni che lo fondano rimangono valide.

La fiducia istituzionale nasce quando il rapporto personale non diventa condizione necessaria del funzionamento.

LA PERSONA PUÒ COSTRUIRE FIDUCIA.

L’ISTITUZIONE DEVE RENDERLA DURABILE.

FERMEZZA E RELAZIONE

Uno statista deve possedere contemporaneamente due capacità:

·         non dipendere dall’approvazione dell’altro

e

saper lavorare profondamente con l’altro.

Non sono capacità contraddittorie.

Sono complementari.

La fermezza senza capacità relazionale produce isolamento.

La relazione senza autonomia produce dipendenza.

Il punto è:

autonomia di giudizio e capacità di cooperazione.

Non devo diventare te per lavorare con te.

Non devi diventare me per costruire con me.

Dove esiste una convergenza reale,

si costruisce.

Dove non esiste,

si definisce con chiarezza il dissenso.

COMPROMESSO

La parola compromesso viene spesso utilizzata come sinonimo di cedimento.

Non lo è necessariamente.

In una democrazia, esiste la democrazia? O esisto io e i miei simili?

Non voglio questo, voglio costruire un Noi che non esiste, senza rinegare me stesso e la mia essenza.

I soggetti legittimi possono possedere interessi differenti e nessuno può avere il potere o il diritto di imporre integralmente la propria soluzione.

Il compromesso diventa quindi uno strumento di governo.

Ma deve avere limiti chiari.

COMPROMESSO SULLO STRUMENTO

NON SIGNIFICA

COMPROMESSO SUL PRINCIPIO.

Possono essere negoziati:

tempi e modi: problemi differenti, soluzioni differenti, caso per caso.

Naturalmente, come comprenderete, mi differenzio per la mia diversità, e non mi iscrivo a combattimento intellettuale, fine a se stesso.

Scelgo il silenzio, che diviene silenzio-assenso o silenzio-dissenso: a voi la libertà, onde evitare che con i miei “simili” la verità silenziosamente o rumorosamente venga con metrica umiliante calata dall’alto verso l’alto.

Uso “l’abbiamo”; in realtà è un onesto “avete”: una possibilità: restituire dignità a voi stessi.

Riconoscendovi allo specchio.

 

S.

Lascia un commento