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Vivetele come parole non scritte.
Non tollero la politica di riflesso.
O, meglio ancora:
non tollero la vita di riflesso.
Io mi riconosco allo specchio.
Orgogliosamente.
E proprio per questo mi sminuisco spontaneamente:
sono un essere umano.
Nulla di più.
Nulla di meno.
Queste parole vogliono essere soltanto uno stimolo alla vostra personalissima lettura, interiore ed esteriore.
Perché guardarsi allo specchio è facile.
Riconoscersi davvero, molto meno.
Vi chiamo Signore e Signori.
Ma considero anche questo un titolo raro.
Un titolo che non deriva dall’apparenza.
Non deriva dalla posizione.
Non deriva dal potere.
Deriva dalla misura.
Dall’educazione.
Dalla dignità.
Dal rispetto.
Dalla capacità di essere realmente ciò che si pretende di rappresentare.
Ci sono momenti nei quali parlare è necessario.
Io parlo quando ho qualcosa da dire.
Scrivo quando ho qualcosa da scrivere.
Per tutto il resto—
scelgo il silenzio.
È una scelta personale.
È il silenzio della natura.
Il silenzio di una vita che voglio preservare dal rumore dei parolai e dei parolieri di turno.
Perché arriva sempre un momento nel quale le parole devono lasciare spazio alla sostanza.
E la sostanza non ha bisogno di gridare.
La forza vera non si dichiara.
Si lascia percepire.
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I CINQUE ELEMENTI
Io mi riconosco nei cinque elementi.
E da essi parto.
Terra.
Acqua.
Aria.
Fuoco.
E quell’elemento invisibile che permette agli altri di convivere:
l’equilibrio.
Ma attenzione.
Equilibrio non significa equilibrismo.
Non significa non scegliere per convenienza.
Non significa restare sospesi tra posizioni opposte soltanto per non perdere spazio, consenso o rilevanza.
Perché chi rinuncia continuamente a scegliere per paura di diventare irrilevante—
rischia di diventarlo proprio attraverso la propria irrilevanza.
L’equilibrio autentico è un’altra cosa.
È misura senza debolezza.
È fermezza senza rigidità.
È capacità di decidere senza perdere lucidità.
È assumersi la responsabilità di una scelta.
Cinque elementi della natura che, nella mia visione della vita pubblica, diventano cinque principi civili:
Verità.
Onestà.
Libertà.
Responsabilità.
Dignità.
Non sono parole da pronunciare davanti a una platea.
Sono parole da vivere.
Perché la politica comincia precisamente nel punto nel quale una parola diventa comportamento.
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LE RADICI
Prima della politica vengono le radici.
Io porto con me un uomo.
Mio padre.
Aveva quella che io definisco, con affetto, una testa di cemento armato.
Non possedeva titoli capaci di raccontare ciò che sapeva.
Eppure possedeva qualcosa che nessuna università può automaticamente conferire:
la sapienza della vita.
Mi ha insegnato il valore del lavoro.
La dignità.
La responsabilità.
La capacità di rimanere in piedi.
Per me è stato un’aquila reale.
E continuerà ad esserlo.
Accanto a quell’uomo c’era una grande donna.
Mia madre.
Ed è pensando a loro che comprendo una delle responsabilità più profonde di ogni generazione:
ricevere qualcosa da chi è venuto prima di noi e restituirlo migliore a chi verrà dopo.
Questo vale per una famiglia.
Vale per un’impresa.
Vale per una comunità.
E vale soprattutto per uno Stato.
Chi mi conosce sa chi sono.
Questa digressione personale non nasce dal desiderio di celebrare me stesso.
Nasce da un’esigenza diversa:
rendere comprensibile l’origine del mio pensiero.
Perché nessuna idea politica nasce nel vuoto.
Nasce dalla vita.
Dagli errori.
Dalle persone.
Dalle ferite.
Dal lavoro.
Dalla conoscenza.
Da ciò che abbiamo osservato.
E da ciò che abbiamo avuto il coraggio di comprendere.
Io voglio coltivare una passione personale e pubblica:
la Politica.
Non la politica come appartenenza automatica.
Non la politica come riflesso.
Non la politica come mestiere della parola.
La politica come scelta.
Come responsabilità.
Come visione.
E nelle sue declinazioni a trecentosessanta gradi nella vita dell’essere umano.
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CHE COS’È UNO STATO
Uno Stato non è il Governo del momento.
Non è un partito.
Non è un uomo.
Non è una donna.
Lo Stato siamo noi quando riconosciamo di appartenere alla stessa comunità pur restando diversi.
E chi governa quella comunità non ne diventa proprietario.
Ne diventa temporaneamente responsabile.
Questa distinzione cambia tutto.
Perché il potere, quando viene considerato proprietà, genera privilegio.
Quando viene considerato responsabilità, genera servizio.
Io credo nella politica come servizio.
Non nel potere che domina.
Nel potere che rende possibile.
Non nello Stato che decide ogni cosa per il cittadino.
Nello Stato che crea le condizioni affinché il cittadino possa costruire liberamente la propria esistenza.
E proprio qui nasce, per me, una distinzione fondamentale.
Lo Stato deve riconoscere l’uguaglianza.
Deve costruire pari opportunità.
Ma non deve pretendere di fabbricare risultati identici.
Perché una comunità di persone libere non è una comunità di persone uguali in tutto.
È una comunità nella quale le differenze non diventano automaticamente privilegi—
e nella quale gli svantaggi non diventano condanne.
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LIBERTÀ
La parola che pronunciamo più facilmente è forse anche quella che dobbiamo comprendere meglio:
libertà.
Io voglio essere libero.
Ma proprio perché voglio esserlo, devo riconoscere la stessa libertà agli altri.
Non esiste libertà autentica senza responsabilità.
La mia libertà incontra il proprio limite davanti alla dignità dell’altro.
E quella dell’altro incontra lo stesso limite davanti alla mia.
Questo equilibrio non rende l’essere umano meno libero.
Lo rende civile.
Una democrazia matura deve quindi garantire la massima libertà possibile e pretendere la massima responsabilità necessaria.
Ma libertà significa anche poter essere differenti.
Differenti nelle capacità.
Differenti nelle aspirazioni.
Differenti nelle scelte.
Differenti nei percorsi.
E anche nei risultati.
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La misura della giustizia, allora, non può essere rendere artificialmente uguali tutte le esistenze.
Deve essere qualcosa di più difficile.
Distinguere.
Distinguere la differenza che nasce dalla libertà—
dalla disuguaglianza che impedisce di esercitare quella stessa libertà.
Questa, per me, è una delle domande fondamentali della politica.
Quando incontriamo una differenza, dobbiamo domandarci:
da dove nasce?
Da una scelta?
Da una capacità?
Da un impegno?
Da una responsabilità?
Oppure da un ostacolo ingiustificato che impedisce a qualcuno di esercitare un diritto o di cogliere un’opportunità?
Perché non tutte le differenze sono ingiustizie.
Ma non tutte le differenze sono nemmeno libertà.
Capire la differenza—
è responsabilità politica.
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IL LAVORO
Poi viene il lavoro.
E qui ritorno inevitabilmente a mio padre.
Perché esiste una dignità che nessuna statistica economica riesce completamente a misurare.
È quella di chi si alza la mattina.
Di chi costruisce.
Di chi cura.
Di chi insegna.
Di chi produce.
Di chi coltiva.
Di chi studia.
Di chi intraprende.
Di chi rischia.
Di chi svolge il proprio dovere anche quando nessuno lo sta guardando.
Una Nazione che umilia il lavoro umilia se stessa.
Per questo dobbiamo costruire una società nella quale lavorare significhi poter vivere dignitosamente.
Una società nella quale l’imprenditore onesto non venga considerato un nemico.
Il lavoratore non venga considerato un numero.
Il professionista non venga soffocato.
Il giovane non sia costretto ad andarsene perché incapace di trovare spazio.
E chi possiede capacità possa dimostrarle indipendentemente dal cognome che porta.
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IL MERITO
Voglio una società nella quale nessuno debba conoscere qualcuno per diventare qualcuno.
Lo ripeto:
nessuno deve conoscere qualcuno per diventare qualcuno.
Questa dovrebbe essere una delle grandi promesse di una Repubblica moderna.
Non possiamo garantire a tutti lo stesso risultato.
E non sarebbe nemmeno giusto farlo.
Possiamo però garantire qualcosa di straordinariamente importante:
la possibilità.
La possibilità di studiare.
La possibilità di lavorare.
La possibilità di creare un’impresa.
La possibilità di fallire.
E la possibilità di ricominciare.
La possibilità di emergere.
Lo Stato deve rendere possibile la partenza.
Deve impedire che un cognome, una condizione personale, una famiglia, una distanza geografica o un ostacolo ingiustificato decidano prima della persona ciò che quella persona potrà diventare.
Ma una volta resa effettiva la possibilità—
deve esistere anche lo spazio della libertà.
E quindi della responsabilità.
Poi devono parlare capacità, impegno, comportamento e risultati.
Questo è il merito nel quale credo.
Non privilegio.
Non appartenenza.
Non raccomandazione.
Merito.
Uguale dignità.
Uguali diritti.
Regole imparziali.
Opportunità effettive.
E poi libertà.
Responsabilità.
Risultati che possono essere differenti.
Perché garantire a tutti la possibilità di correre non significa decidere in anticipo chi debba arrivare primo.
Significa assicurarsi che nessuno venga fermato prima ancora di poter partire.
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SALUTE
Ma esiste qualcosa che viene prima persino della ricchezza.
La salute.
Quando una persona entra in un ospedale non dovrebbe contare quanto possiede.
Dovrebbe contare ciò di cui ha bisogno.
La salute è dignità.
La ricerca è futuro.
La prevenzione è intelligenza.
E chi lavora nella sanità deve essere messo nelle condizioni di svolgere il proprio compito con competenza e umanità.
E anche qui uguaglianza non significa necessariamente avere la stessa struttura in ogni luogo.
Significa che il diritto deve poter essere realmente esercitato.
Perché un diritto che esiste soltanto sulla carta—
ma che diventa irraggiungibile per distanza, tempo, costo o mancanza di servizi—
rischia di essere un diritto soltanto nominale.
Non dobbiamo contrapporre salute ed economia.
Una grande economia deve sostenere una grande sanità.
E una popolazione sana rappresenta essa stessa una delle più grandi ricchezze di una Nazione.
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ECONOMIA
Io non considero il denaro un nemico.
Il denaro è uno strumento.
Può costruire.
Può investire.
Può creare lavoro.
Può finanziare ricerca.
Può generare indipendenza.
Ma quando il denaro compra il potere e il potere modifica le regole per proteggere il denaro, una democrazia deve reagire.
La ricchezza prodotta attraverso capacità, innovazione, lavoro e rischio deve essere rispettata.
Il privilegio ottenuto attraverso corruzione, favoritismo e abuso deve essere contrastato.
Non dobbiamo combattere chi riesce.
Dobbiamo combattere i meccanismi che impediscono agli altri di poter provare a riuscire.
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GIUSTIZIA
E per farlo serve giustizia.
Una giustizia uguale per tutti.
Non deve esistere nessuno troppo potente per rispondere delle proprie azioni.
E non deve esistere nessuno troppo debole per ottenere tutela.
Il cittadino deve poter guardare lo Stato e sapere che, davanti alla legge, il proprio nome vale esattamente quanto quello di chiunque altro.
Questa è uguaglianza.
Non rendere artificialmente identici gli esseri umani.
Riconoscere identica dignità davanti alle istituzioni.
E proprio perché siamo uguali nella dignità, qualche volta può essere necessario utilizzare strumenti differenti per rendere effettivamente esercitabile lo stesso diritto.
Trattare tutti nello stesso modo non significa sempre trattare tutti con giustizia.
La domanda deve essere:
stiamo rimuovendo un ostacolo—
o stiamo cercando di predeterminare un risultato?
Nel primo caso lo Stato rende possibile la libertà.
Nel secondo rischia di sostituirsi ad essa.
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CONOSCENZA
Dobbiamo tornare a educare.
Non ad addestrare.
Educare.
La scuola deve insegnare ai nostri ragazzi a leggere il mondo.
A verificare.
A dubitare.
A costruire un’argomentazione.
A distinguere una prova da un’opinione.
E persino a cambiare idea.
Perché cambiare opinione davanti a fatti migliori non significa essere deboli.
Significa essere intelligenti.
Voglio giovani capaci di contestare anche quello che sto dicendo io.
Perché non voglio una generazione che impari ad obbedire a Simone Zurru.
Voglio una generazione che impari a pensare senza avere bisogno di Simone Zurru.
Questa è la differenza tra costruire consenso e costruire futuro.
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SCIENZA E TECNOLOGIA
Viviamo in un’epoca nella quale la tecnologia può trasformare l’umanità più rapidamente di quanto le nostre istituzioni riescano talvolta a comprenderla.
Intelligenza artificiale.
Automazione.
Medicina.
Energia.
Comunicazione.
Sono strumenti straordinari.
Ma dobbiamo ricordare un principio:
più aumenta il potere della tecnologia, più deve aumentare la responsabilità dell’essere umano.
Non permettiamo che un algoritmo diventi l’alibi dietro il quale nessuno risponde più di nulla.
La macchina può assistere l’uomo.
Non deve cancellarne la responsabilità.
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NATURA
E mentre guardiamo al futuro dobbiamo ricordare da dove veniamo.
La natura.
I cinque elementi.
Terra.
Acqua.
Aria.
Fuoco.
Equilibrio.
Non siamo proprietari assoluti di questo pianeta.
Ne facciamo parte.
Per questo ambiente e progresso non devono essere nemici.
Non voglio una società che rinunci al progresso per conservare il passato.
E non voglio una società che distrugga il futuro in nome del progresso.
Voglio qualcosa di più difficile:
un progresso capace di durare.
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UOMINI E DONNE
Una società libera deve esserlo anche nella propria dimensione più intima.
Uomini e donne devono incontrarsi come persone libere.
Nessuno possiede nessuno.
L’amore non si ordina.
Il rispetto non si impone.
L’attrazione non crea un diritto sull’altro.
Ognuno può scegliere.
Ognuno può essere scelto.
Ognuno può anche non esserlo.
La reciprocità non diminuisce la forza personale.
La nobilita.
Perché una persona veramente sicura di sé non ha bisogno di diminuire qualcun altro per dimostrare il proprio valore.
⸻
IL DISSENSO
Lo stesso principio vale nella politica.
Non temo chi mi contraddice.
Temerei molto di più un mondo nel quale nessuno potesse farlo.
Il dissenso è necessario.
La critica è necessaria.
Il controllo è necessario.
Persino l’errore può essere utile, quando abbiamo istituzioni capaci di riconoscerlo e correggerlo.
Perché nessun uomo è infallibile.
Nessun Governo è infallibile.
Nessuna maggioranza è infallibile.
Nessuna opposizione è infallibile.
La democrazia non nasce dalla convinzione che qualcuno possieda sempre la verità.
Nasce precisamente dalla consapevolezza opposta:
potremmo sbagliare.
Ed è per questo che abbiamo bisogno gli uni degli altri.
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DALLA PERSONA AL MONDO
Ed è proprio qui che, per me, la politica diventa relazione.
Prima dell’istituzione viene la persona.
Prima del territorio viene la persona.
Prima della categoria economica viene la persona.
Prima della rappresentanza—
viene la persona.
Ascoltare qualcuno non significa necessariamente dargli ragione.
Rispettarlo non significa condividere ciò che pensa.
E rappresentarlo non significa promettergli ciò che desidera sentirsi dire.
A volte la forma più difficile del rispetto è dire:
no.
E spiegare perché.
Preferisco un dissenso dichiarato a un consenso ottenuto attraverso l’ambiguità.
Perché la politica non può avere una faccia per ogni interlocutore.
Una nel paese.
Una nel Comune.
Una in Regione.
Una a Roma.
Una a Bruxelles.
Io non voglio essere una persona davanti a un agricoltore e un’altra davanti a un rappresentante europeo.
Non voglio essere una persona a Iglesias e un’altra a Cagliari.
Una a Cagliari e un’altra a Roma.
Una a Roma e un’altra a Bruxelles.
E un’altra ancora quando la relazione diventa internazionale.
Il linguaggio può cambiare.
Deve cambiare.
La competenza necessaria può cambiare.
Il livello istituzionale cambia.
Gli strumenti cambiano.
La complessità cambia.
Ma l’essenza—
non dovrebbe cambiare.
Non dire nel territorio ciò che non saremmo disposti a sostenere davanti allo Stato.
Non chiedere allo Stato ciò che non siamo disposti a pretendere da noi stessi quando la responsabilità è della Sardegna.
Non attribuire all’Europa ciò che dipende da noi.
Non promettere ciò che l’istituzione che rappresentiamo non può fare.
Questa è, per me, coerenza.
E questa coerenza deve attraversare ogni livello della vita pubblica.
La persona.
La famiglia.
La comunità.
Il mondo rurale.
Il Comune.
Il territorio.
La Sardegna.
La Repubblica.
L’Europa.
Il Mediterraneo.
La dimensione internazionale.
Perché una decisione presa molto lontano può arrivare direttamente nella vita quotidiana di una persona.
Può arrivare in un campo.
In un’impresa.
In un porto.
In una bolletta.
In una scuola.
In un ospedale.
E allo stesso modo un problema nato nella vita quotidiana di una persona può rivelare qualcosa che richiede una risposta comunale, regionale, nazionale, europea o internazionale.
La politica deve saper percorrere entrambe le direzioni.
Dalla persona alle istituzioni.
E dalle istituzioni alla persona.
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IL RURALE, IL TERRITORIO, LA SARDEGNA
E per me questo principio assume un significato particolare quando guardiamo alla terra.
Al mondo rurale.
Lì il rapporto fra persona, lavoro e territorio diventa immediatamente visibile.
Terra.
Acqua.
Agricoltura.
Allevamento.
Ambiente.
Mercato.
Infrastrutture.
Distanza.
Tradizione.
Non sono mondi separati.
Sono parti dello stesso sistema.
Una decisione presa lontano può diventare, poche settimane o pochi mesi dopo, qualcosa di estremamente concreto nella vita di chi produce.
Per questo il rurale non è una periferia della politica.
È uno dei luoghi nei quali possiamo verificare se la politica abbia realmente compreso le conseguenze delle proprie decisioni.
E lo stesso vale per il Comune.
Per molti cittadini il Comune è il primo volto concreto della Repubblica.
È lì che una norma diventa servizio.
Una risorsa diventa opera.
Una carenza diventa attesa.
Una decisione diventa strada, scuola, autorizzazione, assistenza, manutenzione.
La politica deve essere capace di fare due movimenti.
Comprendere come una decisione generale arrivi nella vita particolare.
E comprendere quando un problema particolare riveli una causa generale.
Poi c’è la Sardegna.
La mia terra.
E qui autonomia, per me, non può significare semplicemente rivendicare.
Autonomia significa capacità.
Più capacità di decidere deve significare più capacità di amministrare.
Di programmare.
Di negoziare.
Di realizzare.
E di rendere conto.
Ciò che spetta alla Sardegna—
deve essere fatto dalla Sardegna.
Ciò che spetta allo Stato—
deve essere chiesto allo Stato.
Ciò che richiede cooperazione—
deve essere affrontato insieme.
Perché non vedo una contraddizione inevitabile tra una Sardegna più capace e una Repubblica più forte.
L’unità non richiede uniformità.
E l’autonomia non può diventare deresponsabilizzazione.
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EUROPA, MEDITERRANEO, MONDO
E poi l’Europa.
L’Europa non può comparire nel nostro discorso soltanto quando arriva un finanziamento—
o quando abbiamo bisogno di trovare qualcuno a cui attribuire una responsabilità.
Dobbiamo essere capaci di comprenderla.
Di partecipare.
Di negoziare.
Di stare nei luoghi nei quali le decisioni vengono costruite.
Non soltanto nei luoghi nei quali quelle decisioni vengono ricevute.
E per la Sardegna esiste anche una dimensione che la geografia ci ricorda ogni giorno:
il Mediterraneo.
Energia.
Trasporti.
Commercio.
Ambiente.
Ricerca.
Università.
Cultura.
Sicurezza.
Cooperazione.
Essere un’isola può significare periferia—
se subiamo la nostra posizione.
Può significare relazione—
se impariamo a comprenderla e organizzarla.
Senza inventarci ruoli che non possediamo.
Senza retorica.
Senza trasformare la geografia in propaganda.
E quando arriviamo alla dimensione internazionale, cambia ancora la scala.
Ma non deve cambiare il metodo.
Riconoscere che Stati, popoli, istituzioni e imprese possiedono interessi differenti non significa rinunciare ai principi.
Significa comprendere la realtà.
Ci saranno cose sulle quali potremo essere d’accordo.
Cose sulle quali potremo mediare.
E cose sulle quali dovremo dissentire.
Mediare non significa nascondere un conflitto.
Significa verificare se interessi differenti possano trovare una composizione.
E quando quella composizione non esiste—
bisogna decidere.
Spiegare.
E assumersi la responsabilità della decisione.
Perché dalla persona al mondo—
e dal mondo nuovamente alla persona—
la dimensione cambia.
Ma la persona rimane.
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ONESTÀ E VERITÀ
Ed è qui che torno ai primi due principi.
Verità.
Onestà.
L’onestà nella relazione significa non simulare.
Dire ciò che sappiamo.
E avere la serenità di dire ciò che non sappiamo.
Distinguere ciò che vogliamo fare da ciò che possiamo realmente fare.
Riconoscere un errore.
Non appropriarsi del merito altrui.
Non attribuire automaticamente ad altri la responsabilità dei propri fallimenti.
E la verità?
La verità politica non significa pretendere di possedere una verità assoluta.
Significa qualcosa di più semplice e, forse, più difficile:
non modificare consapevolmente la realtà per adattarla a ciò che vorremmo sostenere.
Un fatto può smentirmi.
Un dato può smentire una mia convinzione.
Una politica nella quale credo può non funzionare.
Un avversario può avere ragione.
Un alleato può avere torto.
E quando accade—
dobbiamo essere abbastanza liberi da riconoscerlo.
Perché quando la fedeltà a una posizione diventa più importante della realtà,
la politica smette di conoscere.
E comincia soltanto a giustificarsi.
Per questo non voglio chiedervi:
fidatevi di me.
Preferisco qualcosa di più esigente.
Guardate ciò che dico.
Confrontatelo con ciò che faccio.
Guardate i risultati.
E giudicatemi.
La fiducia non dovrebbe essere richiesta.
Dovrebbe essere conseguenza.
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LA RABBIA
Anch’io conosco la rabbia.
Conosco la forza irrazionale che può nascere davanti a ciò che percepiamo come ingiusto.
Ma la vita mi ha insegnato che esiste una vittoria molto più grande dell’esplosione della rabbia.
Governarla.
Trasformarla.
Ricondurre l’irrazionalità alla razionalità.
Fare dell’energia una costruzione.
Fare della ferita una responsabilità.
Fare dell’esperienza una lezione.
Questa, per me, è forza.
Non distruggere ciò che abbiamo davanti.
Costruire qualcosa che prima non esisteva.
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LA FORZA
Per troppo tempo abbiamo associato la forza alla voce più alta.
Io credo nel contrario.
La forza è mantenere una promessa quando nessuno potrebbe obbligarci a farlo.
La forza è ammettere un errore.
La forza è difendere qualcuno che non può restituirci nulla.
La forza è possedere potere e scegliere di limitarlo.
La forza è sapere quando parlare.
E sapere quando tacere.
Perché— il mio lavoro , la mia vita : pensare e proporre soluzioni differenti: caso per caso
la forza vera non si dichiara.
Si lascia percepire.
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NON UN UOMO AL CENTRO
Ed è qui che voglio essere chiarissimo.
Non sono qui per costruire il culto di un uomo.
Non voglio una politica costruita intorno a Simone Zurru.
Non voglio cittadini dipendenti da un leader.
Non voglio persone che aspettino qualcuno che dica loro cosa pensare.
Perché se un uomo politico costruisce un sistema che funziona soltanto grazie alla propria presenza, non ha costruito uno Stato.
Ha costruito una dipendenza.
Uno statista deve desiderare esattamente il contrario.
Deve costruire istituzioni abbastanza solide da poter fare a meno di lui.
Deve preparare persone capaci di superarlo.
Deve lasciare strumenti.
Regole.
Cultura.
Libertà.
Deve desiderare che il giorno successivo alla propria uscita di scena lo Stato continui a funzionare.
Forse persino meglio.
Questa è grandezza politica.
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CINQUE ELEMENTI CIVILI
Ed eccoci nuovamente all’origine.
Cinque elementi.
Cinque principi.
Verità.
Perché senza verità il cittadino non può scegliere liberamente.
Onestà.
Perché senza onestà il potere diventa privilegio.
Libertà.
Perché senza libertà la dignità dell’essere umano viene mutilata.
Responsabilità.
Perché senza responsabilità la libertà diventa arbitrio.
Dignità.
Perché una società che dimentica la dignità dell’essere umano può diventare ricca, potente e tecnologicamente avanzata—
ma non potrà mai definirsi veramente civile.
E questi principi, per avere valore, devono valere sempre.
Non soltanto quando sono convenienti.
Non soltanto davanti a chi è d’accordo con noi.
Non soltanto durante una campagna elettorale.
Perché se una convinzione vale soltanto davanti all’interlocutore che vuole sentirla—
non è una convinzione.
È convenienza.
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A CHI VERRÀ DOPO
E infine penso ai nostri figli.
Ai nostri nipoti.
A persone che forse non conosceremo mai.
Persone che un giorno cammineranno sulle strade che noi stiamo costruendo oggi.
La politica autentica deve avere il coraggio di pensare anche a loro.
Perché governare significa prendere decisioni le cui conseguenze saranno vissute da persone che oggi non possono ancora votarci, ringraziarci o contestarci.
Questa è una responsabilità immensa.
E allora non domandiamoci soltanto:
«Che cosa possiamo ottenere oggi?»
Domandiamoci:
«Che cosa stiamo lasciando domani?»
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CONCLUSIONE
Io immagino una società nella quale un figlio possa superare suo padre senza dimenticarlo.
Una società nella quale una figlia possa scegliere liberamente la propria strada.
Una società nella quale chi lavora possa vivere.
Chi crea possa crescere.
Chi cade possa rialzarsi.
Chi soffre possa essere curato.
Chi merita possa emergere.
Chi governa debba rispondere.
Chi dissente possa parlare.
Chi crede possa credere.
Chi non crede possa non credere.
E nella quale nessun cittadino debba abbassare lo sguardo davanti a un altro essere umano.
Non vi prometto una società perfetta.
Chi promette la perfezione dovrebbe preoccuparci.
Vi propongo qualcosa di più umano.
E proprio per questo più grande:
una società capace di migliorare continuamente se stessa.
Una società nella quale lo Stato sia abbastanza forte da proteggere la libertà—
e abbastanza saggio da non soffocarla.
Una società nella quale il potere abbia sempre un limite.
La libertà sempre una responsabilità.
Il merito sempre una possibilità.
La giustizia sempre un volto umano.
E la dignità mai un prezzo.
Mio padre mi ha insegnato, senza bisogno di grandi discorsi, che un uomo può lasciare qualcosa di immenso semplicemente attraverso il modo in cui vive.
Io porto quella lezione con me.
Porto mia madre.
Porto chi mi ha voluto bene.
Porto chi ha lavorato.
Chi ha sofferto.
Chi ha resistito.
Chi ha creduto che valesse ancora la pena costruire.
Ma da questo momento il discorso non riguarda più me.
Riguarda noi.
La nostra responsabilità.
La nostra libertà.
Il nostro futuro.
Terra.
Acqua.
Aria.
Fuoco.
Equilibrio.
Verità.
Onestà.
Libertà.
Responsabilità.
Dignità.
Non abbiamo bisogno di uomini da adorare.
Abbiamo bisogno di cittadini da rispettare.
Non abbiamo bisogno di poteri eterni.
Abbiamo bisogno di istituzioni giuste.
Non abbiamo bisogno di qualcuno che prometta di salvarci.
Abbiamo bisogno della libertà e degli strumenti necessari per costruire insieme.
E se un giorno qualcuno dovesse domandarmi quale sia la mia idea più profonda dello Stato, risponderei semplicemente:
uno Stato abbastanza forte da difendere l’essere umano,
abbastanza giusto da trattarlo con dignità,
abbastanza intelligente da riconoscerne il merito,
abbastanza solidale da non abbandonarlo nella fragilità,
e abbastanza libero da permettergli di non dipendere dal potere.
Questa è la misura.
Questa è la responsabilità.
Questo è il servizio.
Questa è la Politica nella quale credo.
Non pretendo che la pensiate come me.
Pretendo da me stesso qualcosa di molto più difficile:
essere disposto a rispondere di ciò che penso, di ciò che dico e di ciò che faccio.
Perché prima di governare uno Stato bisogna sapere governare se stessi.
Prima di chiedere responsabilità bisogna assumerla.
Prima di pretendere verità bisogna sopportarla.
Prima di parlare di dignità bisogna riconoscerla anche nell’altro.
E prima di dichiararsi forti—
bisogna imparare a non aver bisogno di dichiararlo.
[Silenzio.]
La forza vera non si dichiara.
Si lascia percepire.
Simone Zurru
Vivetele come parole non scritte.
Non tollero la politica di riflesso.
O, meglio ancora:
non tollero la vita di riflesso.
Io mi riconosco allo specchio.
Orgogliosamente.
E proprio per questo mi sminuisco spontaneamente:
sono un essere umano.
Nulla di più.
Nulla di meno.
Queste parole vogliono essere soltanto uno stimolo alla vostra personalissima lettura, interiore ed esteriore.
Perché guardarsi allo specchio è facile.
Riconoscersi davvero, molto meno.
Vi chiamo Signore e Signori.
Ma considero anche questo un titolo raro.
Un titolo che non deriva dall’apparenza.
Non deriva dalla posizione.
Non deriva dal potere.
Deriva dalla misura.
Dall’educazione.
Dalla dignità.
Dal rispetto.
Dalla capacità di essere realmente ciò che si pretende di rappresentare.
Ci sono momenti nei quali parlare è necessario.
Io parlo quando ho qualcosa da dire.
Scrivo quando ho qualcosa da scrivere.
Per tutto il resto—
scelgo il silenzio.
È una scelta personale.
È il silenzio della natura.
Il silenzio di una vita che voglio preservare dal rumore dei parolai e dei parolieri di turno.
Perché arriva sempre un momento nel quale le parole devono lasciare spazio alla sostanza.
E la sostanza non ha bisogno di gridare.
La forza vera non si dichiara.
Si lascia percepire.
⸻
I CINQUE ELEMENTI
Io mi riconosco nei cinque elementi.
E da essi parto.
Terra.
Acqua.
Aria.
Fuoco.
E quell’elemento invisibile che permette agli altri di convivere:
l’equilibrio.
Ma attenzione.
Equilibrio non significa equilibrismo.
Non significa non scegliere per convenienza.
Non significa restare sospesi tra posizioni opposte soltanto per non perdere spazio, consenso o rilevanza.
Perché chi rinuncia continuamente a scegliere per paura di diventare irrilevante—
rischia di diventarlo proprio attraverso la propria irrilevanza.
L’equilibrio autentico è un’altra cosa.
È misura senza debolezza.
È fermezza senza rigidità.
È capacità di decidere senza perdere lucidità.
È assumersi la responsabilità di una scelta.
Cinque elementi della natura che, nella mia visione della vita pubblica, diventano cinque principi civili:
Verità.
Onestà.
Libertà.
Responsabilità.
Dignità.
Non sono parole da pronunciare davanti a una platea.
Sono parole da vivere.
Perché la politica comincia precisamente nel punto nel quale una parola diventa comportamento.
⸻
LE RADICI
Prima della politica vengono le radici.
Io porto con me un uomo.
Mio padre.
Aveva quella che io definisco, con affetto, una testa di cemento armato.
Non possedeva titoli capaci di raccontare ciò che sapeva.
Eppure possedeva qualcosa che nessuna università può automaticamente conferire:
la sapienza della vita.
Mi ha insegnato il valore del lavoro.
La dignità.
La responsabilità.
La capacità di rimanere in piedi.
Per me è stato un’aquila reale.
E continuerà ad esserlo.
Accanto a quell’uomo c’era una grande donna.
Mia madre.
Ed è pensando a loro che comprendo una delle responsabilità più profonde di ogni generazione:
ricevere qualcosa da chi è venuto prima di noi e restituirlo migliore a chi verrà dopo.
Questo vale per una famiglia.
Vale per un’impresa.
Vale per una comunità.
E vale soprattutto per uno Stato.
Chi mi conosce sa chi sono.
Questa digressione personale non nasce dal desiderio di celebrare me stesso.
Nasce da un’esigenza diversa:
rendere comprensibile l’origine del mio pensiero.
Perché nessuna idea politica nasce nel vuoto.
Nasce dalla vita.
Dagli errori.
Dalle persone.
Dalle ferite.
Dal lavoro.
Dalla conoscenza.
Da ciò che abbiamo osservato.
E da ciò che abbiamo avuto il coraggio di comprendere.
Io voglio coltivare una passione personale e pubblica:
la Politica.
Non la politica come appartenenza automatica.
Non la politica come riflesso.
Non la politica come mestiere della parola.
La politica come scelta.
Come responsabilità.
Come visione.
E nelle sue declinazioni a trecentosessanta gradi nella vita dell’essere umano.
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CHE COS’È UNO STATO
Uno Stato non è il Governo del momento.
Non è un partito.
Non è un uomo.
Non è una donna.
Lo Stato siamo noi quando riconosciamo di appartenere alla stessa comunità pur restando diversi.
E chi governa quella comunità non ne diventa proprietario.
Ne diventa temporaneamente responsabile.
Questa distinzione cambia tutto.
Perché il potere, quando viene considerato proprietà, genera privilegio.
Quando viene considerato responsabilità, genera servizio.
Io credo nella politica come servizio.
Non nel potere che domina.
Nel potere che rende possibile.
Non nello Stato che decide ogni cosa per il cittadino.
Nello Stato che crea le condizioni affinché il cittadino possa costruire liberamente la propria esistenza.
E proprio qui nasce, per me, una distinzione fondamentale.
Lo Stato deve riconoscere l’uguaglianza.
Deve costruire pari opportunità.
Ma non deve pretendere di fabbricare risultati identici.
Perché una comunità di persone libere non è una comunità di persone uguali in tutto.
È una comunità nella quale le differenze non diventano automaticamente privilegi—
e nella quale gli svantaggi non diventano condanne.
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LIBERTÀ
La parola che pronunciamo più facilmente è forse anche quella che dobbiamo comprendere meglio:
libertà.
Io voglio essere libero.
Ma proprio perché voglio esserlo, devo riconoscere la stessa libertà agli altri.
Non esiste libertà autentica senza responsabilità.
La mia libertà incontra il proprio limite davanti alla dignità dell’altro.
E quella dell’altro incontra lo stesso limite davanti alla mia.
Questo equilibrio non rende l’essere umano meno libero.
Lo rende civile.
Una democrazia matura deve quindi garantire la massima libertà possibile e pretendere la massima responsabilità necessaria.
Ma libertà significa anche poter essere differenti.
Differenti nelle capacità.
Differenti nelle aspirazioni.
Differenti nelle scelte.
Differenti nei percorsi.
E anche nei risultati.
La misura della giustizia, allora, non può essere rendere artificialmente uguali tutte le esistenze.
Deve essere qualcosa di più difficile.
Distinguere.
Distinguere la differenza che nasce dalla libertà—
dalla disuguaglianza che impedisce di esercitare quella stessa libertà.
Questa, per me, è una delle domande fondamentali della politica.
Quando incontriamo una differenza, dobbiamo domandarci:
da dove nasce?
Da una scelta?
Da una capacità?
Da un impegno?
Da una responsabilità?
Oppure da un ostacolo ingiustificato che impedisce a qualcuno di esercitare un diritto o di cogliere un’opportunità?
Perché non tutte le differenze sono ingiustizie.
Ma non tutte le differenze sono nemmeno libertà.
Capire la differenza—
è responsabilità politica.
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IL LAVORO
Poi viene il lavoro.
E qui ritorno inevitabilmente a mio padre.
Perché esiste una dignità che nessuna statistica economica riesce completamente a misurare.
È quella di chi si alza la mattina.
Di chi costruisce.
Di chi cura.
Di chi insegna.
Di chi produce.
Di chi coltiva.
Di chi studia.
Di chi intraprende.
Di chi rischia.
Di chi svolge il proprio dovere anche quando nessuno lo sta guardando.
Una Nazione che umilia il lavoro umilia se stessa.
Per questo dobbiamo costruire una società nella quale lavorare significhi poter vivere dignitosamente.
Una società nella quale l’imprenditore onesto non venga considerato un nemico.
Il lavoratore non venga considerato un numero.
Il professionista non venga soffocato.
Il giovane non sia costretto ad andarsene perché incapace di trovare spazio.
E chi possiede capacità possa dimostrarle indipendentemente dal cognome che porta.
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IL MERITO
Voglio una società nella quale nessuno debba conoscere qualcuno per diventare qualcuno.
Lo ripeto:
nessuno deve conoscere qualcuno per diventare qualcuno.
Questa dovrebbe essere una delle grandi promesse di una Repubblica moderna.
Non possiamo garantire a tutti lo stesso risultato.
E non sarebbe nemmeno giusto farlo.
Possiamo però garantire qualcosa di straordinariamente importante:
la possibilità.
La possibilità di studiare.
La possibilità di lavorare.
La possibilità di creare un’impresa.
La possibilità di fallire.
E la possibilità di ricominciare.
La possibilità di emergere.
Lo Stato deve rendere possibile la partenza.
Deve impedire che un cognome, una condizione personale, una famiglia, una distanza geografica o un ostacolo ingiustificato decidano prima della persona ciò che quella persona potrà diventare.
Ma una volta resa effettiva la possibilità—
deve esistere anche lo spazio della libertà.
E quindi della responsabilità.
Poi devono parlare capacità, impegno, comportamento e risultati.
Questo è il merito nel quale credo.
Non privilegio.
Non appartenenza.
Non raccomandazione.
Merito.
Uguale dignità.
Uguali diritti.
Regole imparziali.
Opportunità effettive.
E poi libertà.
Responsabilità.
Risultati che possono essere differenti.
Perché garantire a tutti la possibilità di correre non significa decidere in anticipo chi debba arrivare primo.
Significa assicurarsi che nessuno venga fermato prima ancora di poter partire.
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SALUTE
Ma esiste qualcosa che viene prima persino della ricchezza.
La salute.
Quando una persona entra in un ospedale non dovrebbe contare quanto possiede.
Dovrebbe contare ciò di cui ha bisogno.
La salute è dignità.
La ricerca è futuro.
La prevenzione è intelligenza.
E chi lavora nella sanità deve essere messo nelle condizioni di svolgere il proprio compito con competenza e umanità.
E anche qui uguaglianza non significa necessariamente avere la stessa struttura in ogni luogo.
Significa che il diritto deve poter essere realmente esercitato.
Perché un diritto che esiste soltanto sulla carta—
ma che diventa irraggiungibile per distanza, tempo, costo o mancanza di servizi—
rischia di essere un diritto soltanto nominale.
Non dobbiamo contrapporre salute ed economia.
Una grande economia deve sostenere una grande sanità.
E una popolazione sana rappresenta essa stessa una delle più grandi ricchezze di una Nazione.
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ECONOMIA
Io non considero il denaro un nemico.
Il denaro è uno strumento.
Può costruire.
Può investire.
Può creare lavoro.
Può finanziare ricerca.
Può generare indipendenza.
Ma quando il denaro compra il potere e il potere modifica le regole per proteggere il denaro, una democrazia deve reagire.
La ricchezza prodotta attraverso capacità, innovazione, lavoro e rischio deve essere rispettata.
Il privilegio ottenuto attraverso corruzione, favoritismo e abuso deve essere contrastato.
Non dobbiamo combattere chi riesce.
Dobbiamo combattere i meccanismi che impediscono agli altri di poter provare a riuscire.
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GIUSTIZIA
E per farlo serve giustizia.
Una giustizia uguale per tutti.
Non deve esistere nessuno troppo potente per rispondere delle proprie azioni.
E non deve esistere nessuno troppo debole per ottenere tutela.
Il cittadino deve poter guardare lo Stato e sapere che, davanti alla legge, il proprio nome vale esattamente quanto quello di chiunque altro.
Questa è uguaglianza.
Non rendere artificialmente identici gli esseri umani.
Riconoscere identica dignità davanti alle istituzioni.
E proprio perché siamo uguali nella dignità, qualche volta può essere necessario utilizzare strumenti differenti per rendere effettivamente esercitabile lo stesso diritto.
Trattare tutti nello stesso modo non significa sempre trattare tutti con giustizia.
La domanda deve essere:
stiamo rimuovendo un ostacolo—
o stiamo cercando di predeterminare un risultato?
Nel primo caso lo Stato rende possibile la libertà.
Nel secondo rischia di sostituirsi ad essa.
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CONOSCENZA
Dobbiamo tornare a educare.
Non ad addestrare.
Educare.
La scuola deve insegnare ai nostri ragazzi a leggere il mondo.
A verificare.
A dubitare.
A costruire un’argomentazione.
A distinguere una prova da un’opinione.
E persino a cambiare idea.
Perché cambiare opinione davanti a fatti migliori non significa essere deboli.
Significa essere intelligenti.
Voglio giovani capaci di contestare anche quello che sto dicendo io.
Perché non voglio una generazione che impari ad obbedire a Simone Zurru.
Voglio una generazione che impari a pensare senza avere bisogno di Simone Zurru.
Questa è la differenza tra costruire consenso e costruire futuro.
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SCIENZA E TECNOLOGIA
Viviamo in un’epoca nella quale la tecnologia può trasformare l’umanità più rapidamente di quanto le nostre istituzioni riescano talvolta a comprenderla.
Intelligenza artificiale.
Automazione.
Medicina.
Energia.
Comunicazione.
Sono strumenti straordinari.
Ma dobbiamo ricordare un principio:
più aumenta il potere della tecnologia, più deve aumentare la responsabilità dell’essere umano.
Non permettiamo che un algoritmo diventi l’alibi dietro il quale nessuno risponde più di nulla.
La macchina può assistere l’uomo.
Non deve cancellarne la responsabilità.
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NATURA
E mentre guardiamo al futuro dobbiamo ricordare da dove veniamo.
La natura.
I cinque elementi.
Terra.
Acqua.
Aria.
Fuoco.
Equilibrio.
Non siamo proprietari assoluti di questo pianeta.
Ne facciamo parte.
Per questo ambiente e progresso non devono essere nemici.
Non voglio una società che rinunci al progresso per conservare il passato.
E non voglio una società che distrugga il futuro in nome del progresso.
Voglio qualcosa di più difficile:
un progresso capace di durare.
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UOMINI E DONNE
Una società libera deve esserlo anche nella propria dimensione più intima.
Uomini e donne devono incontrarsi come persone libere.
Nessuno possiede nessuno.
L’amore non si ordina.
Il rispetto non si impone.
L’attrazione non crea un diritto sull’altro.
Ognuno può scegliere.
Ognuno può essere scelto.
Ognuno può anche non esserlo.
La reciprocità non diminuisce la forza personale.
La nobilita.
Perché una persona veramente sicura di sé non ha bisogno di diminuire qualcun altro per dimostrare il proprio valore.
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IL DISSENSO
Lo stesso principio vale nella politica.
Non temo chi mi contraddice.
Temerei molto di più un mondo nel quale nessuno potesse farlo.
Il dissenso è necessario.
La critica è necessaria.
Il controllo è necessario.
Persino l’errore può essere utile, quando abbiamo istituzioni capaci di riconoscerlo e correggerlo.
Perché nessun uomo è infallibile.
Nessun Governo è infallibile.
Nessuna maggioranza è infallibile.
Nessuna opposizione è infallibile.
La democrazia non nasce dalla convinzione che qualcuno possieda sempre la verità.
Nasce precisamente dalla consapevolezza opposta:
potremmo sbagliare.
Ed è per questo che abbiamo bisogno gli uni degli altri.
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DALLA PERSONA AL MONDO
Ed è proprio qui che, per me, la politica diventa relazione.
Prima dell’istituzione viene la persona.
Prima del territorio viene la persona.
Prima della categoria economica viene la persona.
Prima della rappresentanza—
viene la persona.
Ascoltare qualcuno non significa necessariamente dargli ragione.
Rispettarlo non significa condividere ciò che pensa.
E rappresentarlo non significa promettergli ciò che desidera sentirsi dire.
A volte la forma più difficile del rispetto è dire:
no.
E spiegare perché.
Preferisco un dissenso dichiarato a un consenso ottenuto attraverso l’ambiguità.
Perché la politica non può avere una faccia per ogni interlocutore.
Una nel paese.
Una nel Comune.
Una in Regione.
Una a Roma.
Una a Bruxelles.
Io non voglio essere una persona davanti a un agricoltore e un’altra davanti a un rappresentante europeo.
Non voglio essere una persona a Iglesias e un’altra a Cagliari.
Una a Cagliari e un’altra a Roma.
Una a Roma e un’altra a Bruxelles.
E un’altra ancora quando la relazione diventa internazionale.
Il linguaggio può cambiare.
Deve cambiare.
La competenza necessaria può cambiare.
Il livello istituzionale cambia.
Gli strumenti cambiano.
La complessità cambia.
Ma l’essenza—
non dovrebbe cambiare.
Non dire nel territorio ciò che non saremmo disposti a sostenere davanti allo Stato.
Non chiedere allo Stato ciò che non siamo disposti a pretendere da noi stessi quando la responsabilità è della Sardegna.
Non attribuire all’Europa ciò che dipende da noi.
Non promettere ciò che l’istituzione che rappresentiamo non può fare.
Questa è, per me, coerenza.
E questa coerenza deve attraversare ogni livello della vita pubblica.
La persona.
La famiglia.
La comunità.
Il mondo rurale.
Il Comune.
Il territorio.
La Sardegna.
La Repubblica.
L’Europa.
Il Mediterraneo.
La dimensione internazionale.
Perché una decisione presa molto lontano può arrivare direttamente nella vita quotidiana di una persona.
Può arrivare in un campo.
In un’impresa.
In un porto.
In una bolletta.
In una scuola.
In un ospedale.
E allo stesso modo un problema nato nella vita quotidiana di una persona può rivelare qualcosa che richiede una risposta comunale, regionale, nazionale, europea o internazionale.
La politica deve saper percorrere entrambe le direzioni.
Dalla persona alle istituzioni.
E dalle istituzioni alla persona.
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IL RURALE, IL TERRITORIO, LA SARDEGNA
E per me questo principio assume un significato particolare quando guardiamo alla terra.
Al mondo rurale.
Lì il rapporto fra persona, lavoro e territorio diventa immediatamente visibile.
Terra.
Acqua.
Agricoltura.
Allevamento.
Ambiente.
Mercato.
Infrastrutture.
Distanza.
Tradizione.
Non sono mondi separati.
Sono parti dello stesso sistema.
Una decisione presa lontano può diventare, poche settimane o pochi mesi dopo, qualcosa di estremamente concreto nella vita di chi produce.
Per questo il rurale non è una periferia della politica.
È uno dei luoghi nei quali possiamo verificare se la politica abbia realmente compreso le conseguenze delle proprie decisioni.
E lo stesso vale per il Comune.
Per molti cittadini il Comune è il primo volto concreto della Repubblica.
È lì che una norma diventa servizio.
Una risorsa diventa opera.
Una carenza diventa attesa.
Una decisione diventa strada, scuola, autorizzazione, assistenza, manutenzione.
La politica deve essere capace di fare due movimenti.
Comprendere come una decisione generale arrivi nella vita particolare.
E comprendere quando un problema particolare riveli una causa generale.
Poi c’è la Sardegna.
La mia terra.
E qui autonomia, per me, non può significare semplicemente rivendicare.
Autonomia significa capacità.
Più capacità di decidere deve significare più capacità di amministrare.
Di programmare.
Di negoziare.
Di realizzare.
E di rendere conto.
Ciò che spetta alla Sardegna—
deve essere fatto dalla Sardegna.
Ciò che spetta allo Stato—
deve essere chiesto allo Stato.
Ciò che richiede cooperazione—
deve essere affrontato insieme.
Perché non vedo una contraddizione inevitabile tra una Sardegna più capace e una Repubblica più forte.
L’unità non richiede uniformità.
E l’autonomia non può diventare deresponsabilizzazione.
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EUROPA, MEDITERRANEO, MONDO
E poi l’Europa.
L’Europa non può comparire nel nostro discorso soltanto quando arriva un finanziamento—
o quando abbiamo bisogno di trovare qualcuno a cui attribuire una responsabilità.
Dobbiamo essere capaci di comprenderla.
Di partecipare.
Di negoziare.
Di stare nei luoghi nei quali le decisioni vengono costruite.
Non soltanto nei luoghi nei quali quelle decisioni vengono ricevute.
E per la Sardegna esiste anche una dimensione che la geografia ci ricorda ogni giorno:
il Mediterraneo.
Energia.
Trasporti.
Commercio.
Ambiente.
Ricerca.
Università.
Cultura.
Sicurezza.
Cooperazione.
Essere un’isola può significare periferia—
se subiamo la nostra posizione.
Può significare relazione—
se impariamo a comprenderla e organizzarla.
Senza inventarci ruoli che non possediamo.
Senza retorica.
Senza trasformare la geografia in propaganda.
E quando arriviamo alla dimensione internazionale, cambia ancora la scala.
Ma non deve cambiare il metodo.
Riconoscere che Stati, popoli, istituzioni e imprese possiedono interessi differenti non significa rinunciare ai principi.
Significa comprendere la realtà.
Ci saranno cose sulle quali potremo essere d’accordo.
Cose sulle quali potremo mediare.
E cose sulle quali dovremo dissentire.
Mediare non significa nascondere un conflitto.
Significa verificare se interessi differenti possano trovare una composizione.
E quando quella composizione non esiste—
bisogna decidere.
Spiegare.
E assumersi la responsabilità della decisione.
Perché dalla persona al mondo—
e dal mondo nuovamente alla persona—
la dimensione cambia.
Ma la persona rimane.
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ONESTÀ E VERITÀ
Ed è qui che torno ai primi due principi.
Verità.
Onestà.
L’onestà nella relazione significa non simulare.
Dire ciò che sappiamo.
E avere la serenità di dire ciò che non sappiamo.
Distinguere ciò che vogliamo fare da ciò che possiamo realmente fare.
Riconoscere un errore.
Non appropriarsi del merito altrui.
Non attribuire automaticamente ad altri la responsabilità dei propri fallimenti.
E la verità?
La verità politica non significa pretendere di possedere una verità assoluta.
Significa qualcosa di più semplice e, forse, più difficile:
non modificare consapevolmente la realtà per adattarla a ciò che vorremmo sostenere.
Un fatto può smentirmi.
Un dato può smentire una mia convinzione.
Una politica nella quale credo può non funzionare.
Un avversario può avere ragione.
Un alleato può avere torto.
E quando accade—
dobbiamo essere abbastanza liberi da riconoscerlo.
Perché quando la fedeltà a una posizione diventa più importante della realtà,
la politica smette di conoscere.
E comincia soltanto a giustificarsi.
Per questo non voglio chiedervi:
fidatevi di me.
Preferisco qualcosa di più esigente.
Guardate ciò che dico.
Confrontatelo con ciò che faccio.
Guardate i risultati.
E giudicatemi.
La fiducia non dovrebbe essere richiesta.
Dovrebbe essere conseguenza.
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LA RABBIA
Anch’io conosco la rabbia.
Conosco la forza irrazionale che può nascere davanti a ciò che percepiamo come ingiusto.
Ma la vita mi ha insegnato che esiste una vittoria molto più grande dell’esplosione della rabbia.
Governarla.
Trasformarla.
Ricondurre l’irrazionalità alla razionalità.
Fare dell’energia una costruzione.
Fare della ferita una responsabilità.
Fare dell’esperienza una lezione.
Questa, per me, è forza.
Non distruggere ciò che abbiamo davanti.
Costruire qualcosa che prima non esisteva.
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LA FORZA
Per troppo tempo abbiamo associato la forza alla voce più alta.
Io credo nel contrario.
La forza è mantenere una promessa quando nessuno potrebbe obbligarci a farlo.
La forza è ammettere un errore.
La forza è difendere qualcuno che non può restituirci nulla.
La forza è possedere potere e scegliere di limitarlo.
La forza è sapere quando parlare.
E sapere quando tacere.
Perché—
la forza vera non si dichiara.
Si lascia percepire.
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NON UN UOMO AL CENTRO
Ed è qui che voglio essere chiarissimo.
Non sono qui per costruire il culto di un uomo.
Non voglio una politica costruita intorno a Simone Zurru.
Non voglio cittadini dipendenti da un leader.
Non voglio persone che aspettino qualcuno che dica loro cosa pensare.
Perché se un uomo politico costruisce un sistema che funziona soltanto grazie alla propria presenza, non ha costruito uno Stato.
Ha costruito una dipendenza.
Uno statista deve desiderare esattamente il contrario.
Deve costruire istituzioni abbastanza solide da poter fare a meno di lui.
Deve preparare persone capaci di superarlo.
Deve lasciare strumenti.
Regole.
Cultura.
Libertà.
Deve desiderare che il giorno successivo alla propria uscita di scena lo Stato continui a funzionare.
Forse persino meglio.
Questa è grandezza politica.
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CINQUE ELEMENTI CIVILI
Ed eccoci nuovamente all’origine.
Cinque elementi.
Cinque principi.
Verità.
Perché senza verità il cittadino non può scegliere liberamente.
Onestà.
Perché senza onestà il potere diventa privilegio.
Libertà.
Perché senza libertà la dignità dell’essere umano viene mutilata.
Responsabilità.
Perché senza responsabilità la libertà diventa arbitrio.
Dignità.
Perché una società che dimentica la dignità dell’essere umano può diventare ricca, potente e tecnologicamente avanzata—
ma non potrà mai definirsi veramente civile.
E questi principi, per avere valore, devono valere sempre.
Non soltanto quando sono convenienti.
Non soltanto davanti a chi è d’accordo con noi.
Non soltanto durante una campagna elettorale.
Perché se una convinzione vale soltanto davanti all’interlocutore che vuole sentirla—
non è una convinzione.
È convenienza.
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A CHI VERRÀ DOPO
E infine penso ai nostri figli.
Ai nostri nipoti.
A persone che forse non conosceremo mai.
Persone che un giorno cammineranno sulle strade che noi stiamo costruendo oggi.
La politica autentica deve avere il coraggio di pensare anche a loro.
Perché governare significa prendere decisioni le cui conseguenze saranno vissute da persone che oggi non possono ancora votarci, ringraziarci o contestarci.
Questa è una responsabilità immensa.
E allora non domandiamoci soltanto:
«Che cosa possiamo ottenere oggi?»
Domandiamoci:
«Che cosa stiamo lasciando domani?»
⸻
CONCLUSIONE
Io immagino una società nella quale un figlio possa superare suo padre senza dimenticarlo.
Una società nella quale una figlia possa scegliere liberamente la propria strada.
Una società nella quale chi lavora possa vivere.
Chi crea possa crescere.
Chi cade possa rialzarsi.
Chi soffre possa essere curato.
Chi merita possa emergere.
Chi governa debba rispondere.
Chi dissente possa parlare.
Chi crede possa credere.
Chi non crede possa non credere.
E nella quale nessun cittadino debba abbassare lo sguardo davanti a un altro essere umano.
Non vi prometto una società perfetta.
Chi promette la perfezione dovrebbe preoccuparci.
Vi propongo qualcosa di più umano.
E proprio per questo più grande:
una società capace di migliorare continuamente se stessa.
Una società nella quale lo Stato sia abbastanza forte da proteggere la libertà—
e abbastanza saggio da non soffocarla.
Una società nella quale il potere abbia sempre un limite.
La libertà sempre una responsabilità.
Il merito sempre una possibilità.
La giustizia sempre un volto umano.
E la dignità mai un prezzo.
Mio padre mi ha insegnato, senza bisogno di grandi discorsi, che un uomo può lasciare qualcosa di immenso semplicemente attraverso il modo in cui vive.
Io porto quella lezione con me.
Porto mia madre.
Porto chi mi ha voluto bene.
Porto chi ha lavorato.
Chi ha sofferto.
Chi ha resistito.
Chi ha creduto che valesse ancora la pena costruire.
Ma da questo momento il discorso non riguarda più me.
Riguarda noi.
La nostra responsabilità.
La nostra libertà.
Il nostro futuro.
Terra.
Acqua.
Aria.
Fuoco.
Equilibrio.
Verità.
Onestà.
Libertà.
Responsabilità.
Dignità.
[Silenzio.]
Non abbiamo bisogno di uomini da adorare.
Abbiamo bisogno di cittadini da rispettare.
Non abbiamo bisogno di poteri eterni.
Abbiamo bisogno di istituzioni giuste.
Non abbiamo bisogno di qualcuno che prometta di salvarci.
Abbiamo bisogno della libertà e degli strumenti necessari per costruire insieme.
E se un giorno qualcuno dovesse domandarmi quale sia la mia idea più profonda dello Stato, risponderei semplicemente:
uno Stato abbastanza forte da difendere l’essere umano,
abbastanza giusto da trattarlo con dignità,
abbastanza intelligente da riconoscerne il merito,
abbastanza solidale da non abbandonarlo nella fragilità,
e abbastanza libero da permettergli di non dipendere dal potere.
Questa è la misura.
Questa è la responsabilità.
Questo è il servizio.
Questa è la Politica nella quale credo.
Non pretendo che la pensiate come me.
Pretendo da me stesso qualcosa di molto più difficile:
essere disposto a rispondere di ciò che penso, di ciò che dico e di ciò che faccio.
Perché prima di governare uno Stato bisogna sapere governare se stessi.
Prima di chiedere responsabilità bisogna assumerla.
Prima di pretendere verità bisogna sopportarla.
Prima di parlare di dignità bisogna riconoscerla anche nell’altro.
E prima di dichiararsi forti—
bisogna imparare a non aver bisogno di dichiararlo.
[Silenzio.]
La forza vera non si dichiara.
Si lascia percepire.
L’evidenza: sono ahimè “ab origine” , senza intentio autocelebrativa : la soluzione dal generale al particolare e viceversa. Scrivo o Parlo? se ho qualcosa da scrivere o da dire.
E chiudo sminuendomi spontaneamente: sono solo un essere umano., attaccato dalla nascita ad una sola maglia : che non venderò mai
Simone Zurru
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