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S.

So benissimo chi sono sin dall’origine e nella mia naturale e definitiva evoluzione nella perfezione, riconosciuta dai dotati di intelligenza naturale.

Non necessito di legittimazione alcuna, da qualsivoglia prospettiva o architettura.

La natura è oltre.

Non mi interessano i colori. Li rappresento in questa scrittura per umiliare una vergogna che procede dal rurale al nazionale, sino alla rivendicazione religiosa.

Santoni: miserevoli, invisibili e non udibili.

Format pubblicitari, in combinato disposto, riflesso del nulla e del niente: incapacità palese, evidente e conclamata delle humanae gentis, da qualsivoglia prospettiva.

Non è gentilezza.

È la rivendicazione di un’immane vergogna storica: il semplice perché abbiate pensato tutto questo e lo abbiate concretamente posto in essere.

Semplicemente:

chi sono sin dall’origine.

Adesso vi relego nell’irrilevanza.

Non paragonatevi allo scrivente. Non rendetevi ridicoli.

Non è che io non sia riuscito a spiegarmi.

È che, da molto tempo, non avete capito.

L’onestà-verità, quando meno ve lo aspettate, vi scomporrà e ricomporrà come le immonde costruzioni che avete posto in essere.

Assoluta indifferenza.

Guardatevi allo specchio.

Vi avevo avvisato che avrei fatto scendere il cielo in terra.

I cinque elementi che avete osato sfidare vi umiliano e vi umilieranno costantemente, con metrica infallibile.

Le donne, le femmine che non si riconoscono allo specchio, vogliono la perfezione, come è giusto che sia: riconoscersi nuovamente, non invecchiare e crescere a 360 gradi in qualsivoglia aspetto della vita.

La mia essenza è metauniverso, oltre universo.

Non sussistono dubbi interpretativi.

Occorrono soltanto onestà e intelligenza naturale, in qualsivoglia aspetto della vita: ciò che vi manca ab origine, salvo rarissime eccezioni che riconosco.

SEMPLICEMENTE: VI GIUDICO

Silenziosamente, per mia scelta e non vostra.

Non c’è nulla da comprendere oltre ciò che affermo.

Non reggono opinioni artificiali in senso contrario.

Ne consegue la condanna dell’intenzionalità dell’intenzione: spregevole, disdicevole, avvilente nelle vostre “rivendicazioni”; rappresentata da una sequenza di colori che reca pianificazione e programmazione del tradimento delle maglie, di qualsivoglia colore, e dei simboli che esse rappresentano.

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Immane vergogna.

La responsabilità ai responsabili.

L’irrilevanza agli irrilevanti.

L’inesistenza in rerum natura agli indifendibili, indegni e indefinibili.

Un processo procedurale rivelatosi infallibile, privo di margine di errore:

0 tendente all’infinito ♾️.

Ho osservato nel tempo.

Ho verificato.

Distinguo i fatti dalle rappresentazioni dei fatti.

Fatto.
Prova.
Interpretazione.
Valutazione.
Giudizio.

Di fronte ai comportamenti osservati e alle verifiche compiute nel tempo, incompatibili con principi elementari di civiltà, correttezza e rispetto, non attribuisco più rilevanza a ciò che non supera la verifica della realtà.

Non è una conclusione improvvisa.

È l’esito di un percorso.

Osservo.
Verifico.
Concludo.

La valutazione termina.

Il giudizio rimane.

Il mio giudizio.

Si arriva così alla condanna apicale di un “noi” che non esiste.

Riconosco una squadra, vicina e lontana, priva di responsabilità, che nell’onestà e nelle declinazioni dell’:

  • indefinibile in natura;
  • segretissimo;
  • segreto;
  • riservatissimo;
  • riservato;
  • liberamente accessibile,

mi rappresenta con verità, onestà e metrica priva di errore.

La mia più grande delusione è l’inesistenza di una squadra, salvo quella che mi riconosce dalla nascita e nella mia evoluzione.

Ho osservato nel tempo.

Con rarissime essenze abbiamo osservato nel tempo.

Non coinvolgo alcuno o alcuna.

Le determinazioni sono esclusivamente mie.

Nella mia autentica originalità, sono ricondotto al metauniverso dai sapienti.

So benissimo chi sono.

Il decorso del fattore spazio-tempo conduce inevitabilmente al momento nel quale l’analisi lascia spazio alla conclusione:

Analisi.
Tesi.
Antitesi.
Verifica.
Progetto.

Un progetto multidisciplinare di vita, lavorativo e non, nel quale fatti, comportamenti, parole, omissioni e rappresentazioni sono sottoposti alla prova della realtà, della ragione, dell’esperienza e del diritto.

Non necessito di conferme.

Aveva ragione mio padre.

Non cerco soltanto ciò che conferma il mio pensiero.

Il mio pensiero è semplicemente:

verità.

Silenziosa verità.

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E vi condanna per ciò che avete detto e fatto, per ciò che dite e per ciò che continuate con perseveranza ad attuare.

Spazio-tempo: avete un’unica destinazione.

Ho verificato anche ciò che avrebbe potuto smentire la conclusione.

Non sussiste margine di errore.

Perché un giudizio che teme l’antitesi non è sufficientemente fondato.

Rischia di essere pregiudizio.

Ciò che, alla prova dei fatti e nel decorso del tempo, si dimostra privo di consistenza non necessita di essere combattuto.

Non gli attribuisco un’importanza che non possiede.

Per me cessa di avere rilevanza.

In silenzio.

Non per rabbia.
Non per vendetta.
Non per appartenenza.
Non per contrapporre un “ismo” a un altro “ismo”.

Non ho necessità di costruire un nemico per definire me stesso.

Non ho necessità di demolire qualcuno per esistere.

Osservo ciò che è.

La realtà non necessita del consenso.

Il tempo toglie progressivamente spazio alle rappresentazioni e lo restituisce ai fatti.

Ciò che era dichiarazione incontra il comportamento.

Ciò che era promessa incontra il risultato.

Ciò che poteva essere errore incontra la reiterazione.

Ciò che poteva essere casualità incontra la cronologia.

Ciò che sostengo essere accaduto dal 2012 a oggi deve poter essere verificato:

anno dopo anno;
fatto dopo fatto;
atto dopo atto;
omissione dopo omissione.

Le intenzioni, quando rilevano, devono essere ricostruite attraverso fatti, comportamenti, circostanze e riscontri.

È questa distinzione a separare una convinzione da una conclusione fondata su elementi verificabili.

Il fattore spazio-tempo ha avuto estensione sufficiente.

L’analisi ha attraversato tesi e antitesi.

Ciò che poteva contraddire la conclusione è stato sottoposto alla medesima verifica di ciò che poteva confermarla.

Continuare indefinitamente ad analizzare non significa necessariamente essere più rigorosi.

Può significare rifiutarsi di concludere.

Quel momento è superato.

La fase dell’analisi ha avuto il suo tempo.

Quel tempo è trascorso.

Rimangono i fatti dimostrabili.
Rimangono le prove verificabili.
Rimangono le norme applicabili.
Rimane il mio giudizio.

Il mio.

Non lo confondo con una sentenza.

Non lo confondo con una verità processuale.

È la conclusione alla quale sono giunto attraverso il percorso descritto.

Non cerco consenso.
Non attendo approvazione.
Non domando comprensione.

Pretendo da me stesso che il mio pensiero sopravviva alla verifica.

Se i fatti lo smentiscono, lo correggo.
Se i fatti lo confermano, procedo.

Questo principio vale anche per me.

Nessuna convinzione diventa vera soltanto perché profondamente sentita.

Nessuna reiterazione diventa automaticamente prova dell’intenzionalità.

Nessuna coincidenza diventa automaticamente causalità.

Nessuna interpretazione sostituisce il fatto.

Per questo distinguo:

Fatto.
Prova.
Interpretazione.
Valutazione.
Giudizio.

La natura rappresenta la misura davanti alla quale ogni presunzione umana viene ridimensionata.

Riconosco valore alle rarissime persone capaci di esercitare il pensiero con libertà, responsabilità, competenza, rispetto e onestà.

Quella forma di eleganza non necessita di ostentazione.

Io procedo oltre.

Senza clamore.
Senza vendetta.
Senza appartenenza.
Senza necessità di convincere.

Non è una lamentela.

Non è una richiesta.

Non è una reazione.

È l’esito di un processo.

Il decorso del fattore spazio-tempo ha condotto al superamento dell’analisi, della tesi e dell’antitesi e alla definizione del mio progetto multidisciplinare di vita, lavorativo e non.

La fase istruttoria, nel significato personale e metodologico del termine, è conclusa.

È qui che termina la valutazione.

Si valuta finché esiste qualcosa da ponderare, confrontare e verificare.

Quando ulteriori elementi non modificano sostanzialmente la conclusione, la valutazione ha esaurito la propria funzione.

Ciò che ho smesso di valutare non è dimenticato.

È stato valutato abbastanza.

Da qui il passaggio:

DALLA VALUTAZIONE AL GIUDIZIO

Non ira.

Non vendetta.

Non appartenenza.

Non reazione.

Giudizio.

Fatti osservati.
Tempo trascorso.
Tesi considerate.
Antitesi considerate.
Elementi verificati.
Limiti individuati.
Conclusioni raggiunte.

La valutazione termina.

Il giudizio rimane.

Il mio giudizio.

E dunque, senza rumore, senza odio e senza necessità di aggiungere altro:

SEMPLICEMENTE, VI GIUDICO.

Giudico negativamente i comportamenti che, sulla base degli elementi concretamente verificabili, considero contrari alla dignità della persona, all’onestà, alla correttezza, alla libertà di pensiero e, laddove applicabile, al diritto.

Riconosco le rarissime eccezioni.

Esistono comportamenti ai quali non concedo più spazio nella mia vita.

È terminato il tempo delle valutazioni indefinite.

Rimane una conclusione.

Il mio personalissimo giudizio.

E il margine di errore è:

0 TENDENTE ALL’INFINITO ♾️

Silenziosamente, per mia scelta e non vostra.

Se i fatti lo smentiscono, lo correggo.
Se i fatti lo confermano, procedo.

Vivetele come “parole mai dette”, perché tali sono.

Salvo rarissime eccezioni, non meritate neppure di conoscere quella che considero la più grande verità della storia dell’umanità.

Non avvicinatevi.
Non rivolgetemi la parola.
Salvo rarissime eccezioni.

S.

Non mi interessano i colori.

In questa scrittura rappresentano ciò che vi appartiene:

il tradimento.

L’irreversibile tradimento dell’appartenenza a una maglia, di qualsivoglia colore e rappresentazione.

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🔵🔇🔕

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