SEMPLICEMENTE: VI GIUDICO
Un cittadino sardo, nato in Italia.
Mi sminuisco intenzionalmente, in fondo vi avevo avvisato che avrei fatto scendere il cielo in terra causa : ostentazione di immani vergogne.
E ho mantenuto e mantengo la parola data: la silenziosa struggente verità che fa emergere la mia pura onestà “natura”.
Sotto gli occhi di tutti e tutte.
Sono privo dei sette vizi capitali, dalla nascita.
Io non mi lamento.
La lamentela presuppone ancora l’attesa che qualcuno ascolti, comprenda, conceda o rimedi.
Non è questo.
Osservo.
Verifico.
Distinguo i fatti dalle rappresentazioni dei fatti.
Ho osservato nel tempo.
E il decorso del fattore spazio-tempo porta, inevitabilmente, al superamento della fase di analisi.
Analisi.
Tesi.
Antitesi.
E infine progetto.
Un progetto multidisciplinare di vita, lavorativo e non, nel quale fatti, comportamenti, parole, omissioni e rappresentazioni vengono sottoposti alla prova della realtà, della ragione, dell’esperienza e del diritto.
Non cerco ciò che conferma il mio pensiero.
Verifico anche ciò che potrebbe smentirlo.
Perché un giudizio che teme l’antitesi non è un giudizio.
È un pregiudizio.
E quando qualcosa, alla prova della realtà e nel decorso del tempo, si dimostra privo di sostanza, non lo combatto.
Non gli attribuisco un’importanza che non possiede.
Semplicemente, cessa di avere rilevanza.
In silenzio.
Non per rabbia.
Non per vendetta.
Non per appartenenza.
Non per un “ismo” contrapposto a un altro “ismo”.
Ne sono privo.
Non ho necessità di costruire un nemico per definire me stesso.
Non ho necessità di demolire qualcuno per esistere.
Osservo ciò che è.
E ciò che non regge ai fatti, alla ragione, al diritto e al trascorrere del tempo non necessita della mia opposizione per perdere significato.
La natura delle cose non necessita del consenso.
E quella natura delle cose che rappresento sin dalla nascita non vi valuta secondo convenienza:
vi giudica.
Il tempo, del resto, ha una caratteristica essenziale:
toglie progressivamente spazio alle rappresentazioni e lo restituisce ai fatti.
Ciò che era dichiarazione diventa comportamento.
Ciò che era promessa incontra il risultato.
Ciò che poteva essere errore incontra la reiterazione.
Ciò che poteva essere casualità incontra la cronologia.
E ciò che sostengo essere accaduto dal 2012 a oggi non deve essere creduto perché lo affermo io.
Deve essere verificato.
Anno dopo anno.
Fatto dopo fatto.
Atto dopo atto.
Omissione dopo omissione.
Perché l’intenzionalità non si proclama.
Si dimostra.
E quando il fattore spazio-tempo ha avuto estensione sufficiente, quando l’analisi ha attraversato tesi e antitesi, quando ciò che poteva contraddire una conclusione è stato considerato con la stessa serietà di ciò che poteva confermarla, arriva necessariamente un momento nel quale continuare ad analizzare non significa più essere rigorosi.
Significa rifiutarsi di concludere.
Io quel momento l’ho superato.
La fase dell’analisi ha avuto il suo tempo.
Quel tempo è trascorso.
Rimangono i fatti.
Rimangono le prove.
Rimane il diritto.
E rimane il giudizio.
Non cerco consenso.
Non attendo approvazione.
Non domando comprensione.
Non chiedo che il mio pensiero prevalga sul vostro.
Pretendo da me stesso qualcosa di più difficile:
che il mio pensiero sappia sopravvivere alla verifica.
E se non vi sopravvive, lo correggo.
Se vi sopravvive, procedo.
Per questo diventa irrilevante anche la rappresentazione che non supera quella verifica, salvo la rarissima eccezione dei meritevoli.
Rarissimi.
E rarissime.
La natura e i cinque elementi che rappresento sin dalla nascita continuano — e continueranno, come sempre, da sempre — a ridimensionare ogni presunzione umana davanti alla misura delle cose.
E, nello stesso silenzio, a estasiare le sapienti e i sapienti capaci di riconoscerne l’eleganza:
quella che non necessita di ostentazione;
quella accompagnata dall’onestà.
Io procedo oltre.
Senza clamore.
Senza vendetta.
Senza appartenenza.
Senza necessità di convincere.
Giudicando con onestà ciò che, dopo analisi, tesi, antitesi e verifica nel tempo, considero irrilevante.
Non è una lamentela.
Non è una richiesta.
Non è neppure una reazione.
È l’esito di un processo.
Il decorso del fattore spazio-tempo ha portato al superamento della fase di analisi, tesi e antitesi e alla definizione del mio progetto multidisciplinare di vita, lavorativo e non.
La fase istruttoria, per me, è conclusa.
Non resta rabbia.
Non resta vendetta.
Non resta alcun “ismo”.
Sono privo dei sette vizi capitali, dalla nascita.
Ed è precisamente qui che termina la valutazione.
Perché si valuta finché esiste ancora qualcosa da ponderare, confrontare, verificare.
Ma quando, nel decorso dello spazio-tempo, viene oltrepassato il limite — in qualsivoglia prospettiva: fattuale, razionale, etica, giuridica o umana — la valutazione ha esaurito la propria funzione.
Ciò che ho smesso di valutare non è stato dimenticato.
È stato valutato abbastanza.
Il superamento del limite determina il passaggio successivo.
Dalla valutazione al giudizio.
Non un giudizio dettato dall’ira.
Non una condanna costruita per appartenenza.
Non vendetta.
Non reazione.
Giudizio.
Nel significato più ampio del termine.
Fatti osservati.
Tempo trascorso.
Tesi considerate.
Antitesi considerate.
Prove verificate.
Limiti individuati.
Limiti superati.
La valutazione termina.
Il giudizio rimane.
E dunque, senza rumore, senza odio e senza necessità di aggiungere altro:
semplicemente, vi giudico.
Universalmente inteso.
S.
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