Pensieri scritti in una mattina qualunque ma in attesa da tempo
di Simone Zurru
Non tutti gli assenti sono dimenticati.
Alcuni continuano a parlare proprio perché tacciono.
Ogni tanto, in mezzo al frastuono della politica-spettacolo, mi sorprende il pensiero di chi, con voce bassa e passo lento, riusciva a guidare senza gridare.
Alzava la voce solo nei passaggi che toccavano l’anima politica e culturale di un popolo.
Non urlava. Ma stringeva il pugno nell’armonia.
Le sue parole avevano il peso delle cose che si traducono in azione.
E oggi, come tutti noi, ascolta e si affida anche agli altri.
Non cercava applausi. Gli venivano riconosciuti quando sostava su un pensiero profondo condiviso, in cui mi sono sempre riconosciuto.
Esisteva. Guidava. Incoraggiava al fare. Alla pazienza, a volte. Molto spesso, all’agire.
Invitava a essere se stessi, con spirito critico e con un’autocritica silenziosa, prima di esporsi.
Sempre nel rispetto della propria essenza, dentro un contesto collettivo.
Non era un comico. Né un profeta.
Faceva politica. Rappresentava tanti nelle istituzioni.
Con studio, misura e una sobrietà che oggi sembrano quasi sovversive.
Prima di parlare, ascoltava.
Conosceva territori, persone, conti pubblici.
Conosce ancora. Sa cosa dire. E soprattutto sa cosa fare.
Un autonomismo vero, profondo, mai gridato.
Nel mio piccolo ho sempre cercato di ispirarmi a quello spessore che non si improvvisa.
Mio padre, uomo esemplare, mi portava ad ascoltare attivamente e mi diceva:
“Parla solo se hai qualcosa da dire.”
Sono cresciuto, ho costruito la mia identità, ma non dimentico ciò che ho visto e imparato.
Ascolta e assorbe. Toglie il superfluo. Parla poco, e quando parla sintetizza. E agisce.
Vorrei votarlo di nuovo, un politico così. Con una preferenza libera e personale.
Creo il mio margine.
La mia distanza da cantilene stonate, di uno spartito senz’anima.
Lì dove le parole vacue non arrivano.
Dove ciò che ha peso diventa sostanza e verità che resta.
E oggi qualcosa da dire ce l’ho.
Non perché abbia tutte le risposte, ma perché tacere — in tempi come questi — significa diventare complici.
Il “tutto” ci travolge: notizie, semplificazioni, paure, rinunce.
Vorrei che tornasse a essere un riferimento vivo.
Per molti, sì. Ma soprattutto per i più giovani, che ha formato con l’esempio.
Non disprezzava la complessità. La affrontava con rigore.
Sapeva cos’è davvero l’autonomia, senza ridurla a bandiera da comizio.
Aveva visione lunga.
E il passo breve delle cose da fare.
Conosceva il bilancio di una Regione e di un Paese come il reticolo sociale di una città dimenticata.
Faceva da ponte tra ciò che è e ciò che potrebbe essere:
tra istituzione e cittadino, tra diritto e giustizia sociale.
Rappresentava la Sardegna nel Paese con competenza e senso dello Stato, senza tradire la dignità della sua terra.
Oggi, invece, assistiamo a un rovesciamento grottesco:
ministri come conduttori televisivi; deputati e senatori trasformati in comici di ruolo;
presidenti di qualcosa che twittano al posto di decidere, mentre vergogne immani travolgono il quotidiano.
La sobrietà non fa più scena.
La misura viene scambiata per debolezza.
Il pensiero lungo soccombe al ritmo delle notifiche.
E allora mi chiedo: dove sono finiti quelli così?
Quelli che non avevano bisogno di occupare la scena per esserci davvero.
Quelli che sentivano la politica come servizio.
Quelli che, quando parlavano di giustizia sociale, sapevano di cosa parlavano, perché l’avevano praticata.
Non lo dico con nostalgia.
Lo dico con urgenza.
Perché questa assenza si sente. Si vede. Si tocca.
E non sarà un’altra riforma elettorale a colmarla.
Vorrei poter esprimere ancora una preferenza nazionale verso un modello politico e umano sobrio, responsabile, libero.
Ci manca una generazione di persone serie.
Non perfette. Ma serie.
Con la schiena dritta, la voce bassa, le mani libere.
Capaci di amplificare la voce solo sulle parole essenziali.
Non torneranno da soli.
Toccherà a noi creare le condizioni perché riemergano:
pretendere competenza, scegliere serietà, rifiutare il chiasso insignificante.
E forse un giorno, nel frastuono della comicità non richiesta,
qualcuno sceglierà il silenzio del lavoro ben fatto.
Lo riconosceremo.
E capiremo che non era mai sparito davvero.
“Parlo solo se ho qualcosa da dire.”
Perché per pensare, in silenzio, non si chiede il permesso.
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