Un mercato potente, ma sganciato dal diritto,
dove l’efficienza economica cresce
mentre i diritti arretrano.
Non è un modello in cui mi riconosco.
Però, a modo suo, funziona.
È un monito su ciò che accade
quando il profitto non incontra la democrazia.
Economicamente: risultati tangibili, misurabili, indiscutibili.
Culturalmente: una tradizione millenaria che si innesta nell’innovazione, con coerenza interna.
Socialmente: una stabilità garantita anche a costo del conflitto e del dissenso.
Demograficamente: la gestione di masse che l’Occidente fatica persino a comprendere.
Giuridicamente: un sistema che subordina il diritto alla funzione e la libertà all’ordine.
Tutti elementi reali, che spiegano il successo.
Nessuno di essi, da solo, risolve la questione.
Eppure, la Cina primeggia.
Ed è proprio questo il problema per le democrazie mature.
Perché dimostra che la crescita può esistere anche senza libertà,
che l’efficienza può prosperare senza pluralismo,
che il mercato può funzionare senza diritti.
Ma proprio per questo rende inevitabile la domanda decisiva:
non su quanto si produce,
non su quanto si cresce,
ma su che cosa resta della persona.
Diritti e doveri restano il banco di prova.
La domanda decisiva non è economica. È umana.
E allora la vera questione non è la Cina.
È l’Italia.
In cosa consiste oggi la nostra democrazia?
Nella soluzione dei problemi cronici reali
o nella loro continua messa in scena?
Nel confronto sui contenuti
o nella distrazione permanente garantita dall’alternanza ridotta a rappresentazione?
Realtà o scenografia.
È lì che si misura la credibilità di un Paese. E forse la nostra di semplici “abitanti”.
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