“Diagnosi Patologica”.
Non è una questione di numeri.
È una questione di fiducia.
Quando più della metà degli italiani non vota,
non è disinteresse.
È un grido muto.
Un segnale profondo.
Qualcosa si è rotto tra Stato e cittadini.
Non da ieri.
Da anni.
L’astensionismo non nasce dalla pigrizia.
Nasce dalla sfiducia.
Ogni promessa mancata.
Ogni decisione lontana.
Ogni parola sprecata.
Ha scavato una distanza.
Culturale, umana, sociale e conseguentemente “politica”.
Molti dicono: la gente non ha più voglia di politica.
Io penso il contrario.
La gente ha voglia di verità.
Ha voglia di rispetto.
Di concretezza.
Vuole vedere risultati, non parole astratte e rituali vuoti.
Vuole sentirsi parte, non spettatrice.
I cittadini devono poter tornare a scegliere davvero, a “preferire” sui progetti della vita e costruzione di una nuova società, di cittadini in cammino.
Il diritto ad esistere e determinare il proprio presente e futuro: è negato.
Non si vota con la testa orientata alla personificazione delle voci pubbliche.
Si vota con la fiducia.
E la fiducia si costruisce nel tempo.
Con la serietà, non con la propaganda.
L’astensionismo è una difesa.
È la risposta civile di chi non si riconosce più.
Di chi dice, in silenzio:
“Non credo più in voi.”
E quando un popolo smette di credere,
la democrazia perde la voce.
Non servono moralismi.
Servono esempi.
Bisogna ricostruire credibilità.
Far vedere che lo Stato funziona.
Che le istituzioni ascoltano.
Che la politica serve,
se è fatta con misura e con coraggio.
Serve una nuova classe dirigente.
Preparata.
Libera.
Responsabile.
Gente che conosca la fatica del lavoro.
Che rispetti i ruoli.
Che studi.
Che ascolti prima di parlare.
E non si fa imporre il pensiero, ma condivide il proprio armonicamente o in dissenso.
Il vero problema non è che la gente non vota.
È che non sente più il bisogno di farlo.
Perché non vede la differenza
tra chi promette e chi mantiene.
Tra chi serve e chi si serve.
Bisogna ripartire da qui.
Dal rispetto.
Dal merito.
Dalla verità.
Dalle istituzioni che tornano credibili perché oneste.
La sfida non è riempire le urne.
È riconquistare la fiducia del popolo.
Restituire senso al voto.
E dignità alla democrazia.
Solo allora potremo dire che questo silenzio è finito.
E che il popolo, finalmente, è tornato a parlare:
scegliere e preferire attraverso forma che diventa sostanza.
Un discorso personalissimo da cittadino, non da spettatore.
La diagnosi non basta serve una cura.
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LA CURA. LA FORMAZIONE DI UNA NUOVA CLASSE DIRIGENTE (2/2)
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Imparare a muoversi insieme,
con ritmi propri ma in armonia.
Come nel calcio: un gioco di squadra,
dove talento e disciplina si fondono.
Ritmi diversi, ma un’unica direzione.
La serietà di essere d’esempio,
senza mai ergersi a guida.
Un invito a scegliere,
a preferire in autonomia,
in rottura con le dinamiche di comodo.
Una nuova idea di società,
non ripiegata sul passato,
ma fedele ai valori autentici della tradizione,
alle sfumature culturali che sanno armonizzarsi.
Una costruzione di Lego,
da destrutturare e ricreare ex novo.
La nostra forma mentis:
di chi decide di fermarsi,
riflettere,
e fare il controcanto.
In alto come in basso.
A destra come a sinistra.
Senza confondere l’equilibrio del centro
con l’equilibrista di natura.
L’essenza di una nuova classe dirigente
non sta nei ruoli o nei titoli.
Sta nella capacità di unire visione e responsabilità.
Servono donne e uomini
che conoscano la realtà prima di parlarne.
Che uniscano umanità e competenza,
sensibilità e fermezza,
flessibilità e coerenza.
Persone capaci di decidere senza prevaricare,
di ascoltare senza rinunciare alla propria identità,
di restare quando sarebbe più facile andare via.
Non di porte girevoli,
ma di radici.
E di confronto vero tra diversità.
Perché la leadership vera
non nasce da un ruolo,
ma da un percorso.
E il percorso, come la fiducia,
si dimostra. Ogni giorno.
Formare una nuova classe dirigente
richiede metodo e concretezza.
Una scuola di politica e di pensiero,
perché chi guida deve prima comprendere.
Esperienza reale nei territori,
nelle istituzioni, nelle imprese, nel volontariato,
dove la responsabilità non è concetto,
ma prova quotidiana.
Competenze diverse e complementari:
giuridiche, economiche, sociali, ambientali.
Capaci di leggere la complessità
e tradurla in scelte.
E infine una postura etica:
misura, coerenza, libertà interiore.
Solo così potremo tornare a fidarci della politica
e ridare senso alla parola classe dirigente.
Una nuova generazione di responsabilità,
non per giovanilismo, ma per merito.
Che non chieda potere,
ma se ne renda degna.
Un progetto da costruire, non da annunciare.
La diagnosi era necessaria. La cura, un percorso comune di chi ci vuole stare.
Simone Zurru
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