Riforme strutturali in Sardegna
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La vera riforma strutturale è il metodo.
Programmare.
Decidere.
Attuare.
Valutare.
Correggere.
Senza questo ciclo,
le riforme non falliscono:
non cominciano nemmeno.
Il punto non è fare nuove leggi.
Questo è l’alibi preferito.
Il punto è mettere ordine.
E l’ordine, quando manca,
ha sempre dei responsabili.
Ordine tra chi decide e chi attua.
Ordine tra i livelli istituzionali.
Ordine tra il tempo della politica
e quello, reale, delle soluzioni.
Governare significa una cosa sola:
rispondere.
Rispondere delle scelte.
Dei risultati.
E soprattutto dei ritardi,
che qui non sono mai neutri.
Non è una questione di risorse.
Chi lo sostiene
sa di mentire
oppure non conosce la Sardegna.
Le risorse ci sono.
È l’ordine che manca.
E quando manca l’ordine,
le competenze non producono effetti.
Si disperdono.
E con loro si disperde il tempo delle persone.
Abbiamo parlato di autonomia
come se fosse un vessillo.
Ma l’autonomia non è una bandiera.
È un peso.
Serve a decidere.
E a rispondere delle decisioni.
In Sardegna le competenze esistono.
Quello che manca
è il coraggio di tenerle insieme
fino alla fine della filiera.
Abbiamo trattato l’assetto istituzionale
come se fosse un dettaglio tecnico.
Province sì.
Province no.
Enti intermedi senza identità.
Ma quando nessuno sa
chi è responsabile di una strada,
di una scuola,
di un territorio,
non siamo davanti a una riforma mancata.
Siamo davanti a una rinuncia al governo.
La pubblica amministrazione
non è solo una vittima.
È anche parte del problema
quando accetta il rifugio
nell’inerzia rispettabile.
Quando la procedura diventa alibi.
Quando il “non decidere”
viene scambiato per prudenza.
Senza una catena chiara di responsabilità
non c’è efficienza possibile.
C’è solo immobilismo
travestito da cautela.
Anche sullo sviluppo
abbiamo smesso di dire la verità.
Abbiamo confuso gli incentivi con la visione.
L’ordinarietà amministrativa
con la strategia politica.
La cultura economica e sociale,
se c’è,
non incide.
Non cambia le traiettorie.
E lo sviluppo, qui,
continua a essere evocato
più che praticato.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Un’alternanza ciclica
che non produce svolte.
Un cambio di nomi
senza cambio di metodo.
E intanto
il tempo dei cittadini
viene consumato
nell’attesa.
Io non credo nelle promesse.
E nemmeno nelle narrazioni rassicuranti.
Credo nella responsabilità
quando diventa visibile.
Perché la dignità politica
non è dire che va tutto bene.
È smettere di fare finta
di non vedere
e di non sentire.
L’immobilismo non è solo di chi governa.
È anche di chi si è abituato ad aspettare.
E questo, oggi,
è il punto da cui non si torna indietro.

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